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I
canali della ricchezza massonica
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La
massoneria italiana dall'Unità al fascismo
Il nostro viaggio nei risvolti del rapporto tra finanza e
massoneria comincia da Brescia, una città dove industria e sistema
bancario hanno sempre espresso valori forti. E nella quale il rapporto
con la massoneria ha sempre avuto connotazioni enti: se è vera infatti
la forte matrice cattolica del finanziario del mondo bresciano - che
esprime oggi il suo «campione» nel presidente di Banca Intesa, Giovanni
Bazoli - è altrettanto vero che esiste nella città lombarda una
tradizione di industria e finanza che con la massoneria ha avuto
rapporti intensi. Patria del Gran Maestro massone Giuseppe
Zanardelli, Brescia rappresenta una particolare miscela di culture.
Che cosa sia questa città, «neanche Giosue Carducci, che
coniò l'appellativo felino di Leonessa quando insorse nel 1869 contro
il dominio austriaco, saprebbe forse più dirlo, nel budino
ecclesial-risorgimental-síderurgico-finanziario.
Un budino che
misteriosamente tiene insieme cultura solidaristica e cultura liberale,
laicismo zanardelliano e cattolicesimo giansenista, clericalismo e
massoneria, alta banca e pentolame delle Valli, aristocrazia della terra
e finanza "svelta», perbenismo e cocaina a go-go, che i ragazzi
nelle piazze cominciano a sniffare a quattordici anni», ha scritto Alberto
Statera in una bella inchiesta sulla Leonessa. Sta di fatto che a
Brescia la presenza massonica è antica e radicata.
Nel lontano 1773, secondo notizie frammentarie, sarebbe già
stata presente una loggia massonica. Siamo, come la data indica
chiaramente, agli esordi della massoneria in Italia, dato che la
massoneria moderna è nata a Londra nel 1717. Ma la massoneria bresciana,
in particolare, avrebbe respirato, cultura francese.
A Brescia abbiamo raccolto una testimonianza di straordinario interesse:
quella dello storico Silvano
Danesi, studioso della massoneria ma anche dei fenomeni
dell'economia del sindacato.
Un profilo particolarmente interessante, quello di Danesi, un bel
signore classe 1949 dall'aspetto anglosassone, che conosce a menadito i
complicati intrecci massoneria e finanza.
Con Silvano Danesi abbiamo esplorato i territori della massoneria che si
intreccia con la finanza, tra storia e politica, mito e realtà.
La massoneria è
considerata tradizionalmente forte nel settore della finanza e
dell'industria. Chi storicamente, in Italia, ha rappresentato la
massoneria in questi ambiti? Danesi mette dei punti fermi.
«Una premessa
indispensabile. La massoneria è un fenomeno assai complesso e lo spazio
di un'intervista comporta necessariamente schematismi e semplificazioni.
Prima di arrivare alla finanza, credo sia essenziale dire che se oggi c'è
l'Italia unita lo si deve in gran parte alla massoneria. La storia del
Risorgimento è segnata dall'iniziativa di molti massoni, quali, ad
esempio, Giuseppe Garibaldi e Camillo
Benso di Cavour. Non fu massone Vittorio
Emanuele II, ma simpatizzò per la massoneria, dando il proprio
consenso anche all'affiliazione del figlio, che diverrà poi re Umberto I. L’idea dei francesi, per quanto riguardava l'Italia,
era quella di uno Stato cuscinetto nei confronti dell'Austria e niente
più. Sicuramente non intendevano disturbare lo Stato vaticano. A
favorire e proteggere lo sbarco in Sicilia dei Mille c'erano, al largo,
le navi della marina inglese; e si sa che il Gran Maestro della
massoneria inglese è il re. Affrontare la questione dell'influenza
della massoneria sullo Stato unitario è dunque entrare direttamente nel
cuore del potere, ossia nel palazzo dei re. I primi passi dell'Italia
unita sono guidati da un Parlamento in gran parte costituito da massoni.
Francesco Crispi, Agostino
Depretis e Giuseppe
Zanardelli erano fratelli del 33° grado del Grande Oriente
d'Italia. Del resto, l'incipit dell'inno nazionale è: “Fratelli
d'Italia...”. Vorrà pur dire qualcosa»
Viene da chiedersi
quali canali massonici abbiano seguito in Italia la formazione della
ricchezza dai primi del Novecento in poi. E quali grandi famiglie
avessero simpatie o aderenze massoniche. Danesi illustra una sorta di «storia
della ricchezza» italiana.
«Gli studiosi di
economia sono concordi nel ritenere che la crisi, che aveva colpito il
Paese a partire dal 1882, abbia prodotto effetti positivi per il Nord
Italia e in particolare per
«Qualche anno dopo,
mentre le banche di Torino, Roma e Genova subivano gravi collassi,
Milano divenne il centro finanziario più importante della nazione,
perché vi si costituirono, con l'apporto di capitali tedeschi,
Anni difficili,
turbolenti, quelli di cui parla lo storico bresciano. Che coincisero
alla fine dell'Ottocento, con la crisi ci alcune grandi banche.
«Il dissesto
bancario italiano aveva origini antiche.
«All'impresa
collaborarono capitali tedeschi e svizzeri, richiamati in Italia dal
mutamento delle alleanze in politica estera e dall'azione mediatrice
della massoneria, che attraverso i garanti d'amicizia e l'opera del
massone ebreo tedesco Otto Joel, convinse i «fratelli d'oltralpe a
stabilirsi in Italia con solidi punti d'appoggio finanziari, ai quali
seguirono negli anni anche quelli industriali.
«Questo decollo fu in gran parte, appunto, il frutto dell'insediamento
a Milano, nel Palazzo Brambilla, della Banca Commerciale Italiana,
fondata nel capoluogo lombardo il 10 ottobre 1894 da un consorzio
comprendente capitali finanziari tedeschi e svizzeri. A presiedere la
neonata banca d'affari fu chiamato il conte Alfonso
Severíno Vimercati, uomo dell'entourage crispino e già dirigente
della Banca Popolare di Milano.»
Si creò un nucleo di
uomini destinati a entrare nella storia dell'economia e della finanza.
«
Ma quale fu il ruolo
di figure come Toeplitz e Mattioli rispetto alla massoneria?
«Il massone Otto
Joel, come s'è visto, con Federico
Weil, altro tedesco di origine ebraica, è tra i protagonisti dello
sviluppo industriale italiano voluto da Giovanni Giolitti. Sua creatura
è
Tratto dal
libro: "FRATELLI D'ITALIA" di Ferruccio Pinotti
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