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Il mostro di Firenze: quella piovra insinuata ai vertici dello stato.
Una strage di stato mai chiamata come tale
Prof.
Paolo Franceschetti - 17 dicembre 2007 - http://paolofranceschetti.blogspot.com/
Premessa.
Ho deciso di scrivere
questo articolo dopo la vicenda del perito nella vicenda Moby Prince,
sfuggito per miracolo alla morte; qualche giorno fa l’uomo, dopo
essere stato narcotizzato da 4 persone incappucciate ed è stato poi
messo in un auto a cui hanno dato fuoco. Si è salvato per un pelo,
essendosi risvegliato in tempo dal narcotico. L’incidente è identico
a molti altri capitati a testimoni di processi importanti della storia
d’Italia. Non tutti però sanno che gli stessi identici incidenti sono
capitati a molti dei testimoni nella vicenda del mostro di Firenze.
Nella vicenda del mostro di Firenze è stato scritto tanto. E i dubbi
sono tanti. Pacciani era davvero colpevole? C’erano veramente dei
mandanti che commissionavano gli omicidi? Pochi si sono occupati invece
di un aspetto particolare di questa vicenda: i depistaggi, le coperture
eccellenti, le morti sospette
La vicenda del
mostro, in effetti, per anni è stata considerata come un giallo in cui
occorreva trovare il serial killer. In realtà la vicenda può essere
guardata da una prospettiva assolutamente diversa, cioè quella tipica
di tutte le stragi di stato italiane: l’ostinato occultamento delle
prove affinché non si giunga alla verità, grazie al coinvolgimento
della massoneria e dei servizi segreti; l’inefficienza degli apparati
statali nel reprimere queste situazioni; l’impreparazione culturale
quando si tratta di affrontare questioni che esulano da un nomale
omicidio o rapina in banca e si toccano temi esoterici.
Ripercorriamo quindi le tappe della vicenda per poi trarre le nostre
conclusioni. Con la dovuta avvertenza che il nostro articolo non è
volto a individuare nuove piste; non vogliamo discutere se Pacciani
fosse o no colpevole, se il mostro fosse uno solo o fosse un gruppo
organizzato, se dietro ai delitti del mostro ci sia
Il processo Pacciani.
Dal 1968 al 1985
vengono uccise otto coppie di giovani nelle campagne di Firenze. In 4 di
questi duplici omicidi vengono prelevate delle parti di cadavere, seni e
pube in particolare. Ricordiamoci questo particolare del pube, perché
lo riprenderemo in seguito.
La vera e propria caccia al mostro comincia dopo il terzo omicidio,
quando si capisce che dietro ad essi c’è la stessa mano.
Dopo errori giudiziari, e vicende varie, si arriva all’incriminazione
di Pietro Pacciani nel 1994.
Appare chiaro che
Pacciani è colpevole, o perlomeno che è gravemente coinvolto in questi
omicidi. Gli indizi infatti sono gravi, precisi e concordanti: in
particolare lo inchiodano il ritrovamento di un bossolo di pistola nel
suo giardino, inequivocabilmente proveniente dalla pistola del mostro
(una Beretta calibro 22); l’asta guidamolla della pistola del Mostro,
inviata agli investigatori avvolta in un pezzo di panno identico a
quello poi trovato in casa Pacciani; e soprattutto un portasapone e un
blocco da disegno, di marca tedesca, che verrà riconosciuto come
appartenente alla coppia tedesca uccisa dal mostro. C’era poi un
biglietto trovato in casa sua, con scritto “coppia” e un numero di
targa corrispondente a quello di una coppia uccisa. Le intercettazioni
telefoniche ed ambientali poi fecero il resto, mostrando che Pacciani
mentiva, celando agli investigatori diverse cose importanti.
Eppure il processo fa
acqua da tutte le parti. Tante cose, troppe, non quadrano in quel
processo. Non quadra il movente, perché Pacciani – benché violento e
benché in passato avesse già ucciso, per giunta con modalità che a
tratti ricordano quelle di alcuni delitti - non sembra il ritratto del
serial killer. Non quadrano alcuni particolari (ad esempio le perizie
stabiliranno che l’uomo che ha sparato doveva essere alto almeno un
metro e ottanta, mentre Pacciani è alto molto meno. Inoltre durante il
processo alcuni dei suoi amici mentono palesemente per coprirlo,
sembrando quasi colludere con lui. Perché mentono?
In primo grado Pacciani verrà condannato. In secondo grado verrà
assolto.
L’impianto accusatorio, in effetti, era abbastanza fragile. Però
proprio il giorno prima della sentenza di secondo grado, la procura di
Firenze riesce a trovare nuovi testimoni (quattro) che inchiodano
Pacciani e soprattutto riescono a spiegare il motivo di alcune
incongruenze. Due di questi testimoni infatti sono infatti complici di
Pacciani e, autoaccusandosi, svelano che in realtà quei delitti erano
commessi in gruppo.
Ma la Corte di appello di Firenze decide di non sentire questi
testimoni, e assolve Pacciani. La sentenza verrà annullata dalla
Cassazione, ma nel frattempo Pacciani muore in circostanze poco chiare.
Apparentemente muore di infarto, ma Giuttari, il commissario che segue
le indagini per la procura di Firenze, sospetta un omicidio.
Il caso Narducci.
Nel 2002 l’indagine
sul mostro si riapre, ma a Perugia. Per capire come e perché si riapre
però dobbiamo fare un passo indietro.
Il 13 ottobre del 1985 viene trovato nel lago Trasimeno il corpo di un
giovane medico perugino, Francesco Narducci. Il caso viene archiviato
come un suicidio, anche se la moglie non crede a questa versione dei
fatti. E sono in molti a non crederlo. Anzi, da subito alcuni giornali
ipotizzano un coinvolgimento del Narducci nei fatti di Firenze.
Nel 2002 la procura di Perugia, intercettando per caso alcune
telefonate, sospetta che il medico Perugino sia stato assassinato e fa
riesumare il cadavere.
Il cadavere riesumato
ha abiti diversi rispetto a quelli indossati dal cadavere nel 1985.
Altri, numerosi e gravi indizi, nonché le testimonianze della gente che
quel giorno era presente al ritrovamento, portano a ritenere che il
cadavere ripescato allora non fosse quello di Narducci, e che solo in un
secondo tempo sia stata riposta la salma del vero Narducci al posto
giusto. Indagando sul caso, il PM di Perugia, Mignini, scopre che il
giorno del ritrovamento le procedure per la tumulazione furono
irregolari; che quel giorno sul molo convogliarono diverse autorità,
tutte iscritte alla massoneria, come del resto era iscritto alla
massoneria il padre del medico morto e il medico stesso. E si scopre che
il Narducci era probabilmente coinvolto negli omicidi del mostro di
Firenze. Anzi, forse era proprio lui che, in alcune occasioni, asportò
le parti di cadavere.
Le indagini portano
ad ipotizzare una pluralità di mandanti coinvolti negli omicidi del
mostro, che commissionavano questi omicidi per poi utilizzare le parti
di cadavere per alcuni riti satanici.
In particolare, il Lotti confessa che questi omicidi venivano pagati da
un medico. E con un accertamento sulle finanza di Pacciani verranno
trovati capitali per centinaia di milioni, di provenienza assolutamente
inspiegabile.
Vengono mandati 4 avvisi di garanzia a 4 persone, tra cui il farmacista
di San Casciano Calamandrei, un medico e un avvocato, che sarebbero i
mandanti dei delitti del mostro di Firenze.
Mentre per
occultamento di cadavere, sviamento di indagini e altri reati minori
(che inevitabilmente andranno in prescrizione) vengono rinviate a
giudizio il padre di Ugo Narducci, e i fratelli di Francesco; il
questore di Perugia Francesco Trio, il colonnello dei carabinieri Di
Carlo, l’ispettore Napoleoni, l’avvocato Fabio Dean e molti altri,
quasi tutti iscritti alla stessa loggia massonica,
Depistaggi e
coperture eccellenti.
In questa vicenda
sono presenti ancora una volta i servizi segreti e i loro depistaggi,
nonché tutte le mosse tipiche che vengono attuate quando occorre
depistare.
In pratica l’indagine conosce una prima fase, che arriva fino al
processo di appello di Pacciani, in cui essa scorre senza problematiche
particolari, tranne ovviamente quella tipica di ogni indagine, e cioè
l’individuazione dei colpevoli.
Anzitutto lo
screditamento degli inquirenti, che vengono derisi, sminuiti; vengono
continuamente sottolineati gli errori fatti da costoro (come se fosse
semplice condurre un indagine del genere senza commetterne); la procura
fiorentina viene spesso presentata dai giornali come una procura che
vuole a tutti i costi incastrare degli innocenti; Giuttari viene
presentato come uno che vuole farsi pubblicità; un pazzo che crede alla
folle pista satanista; quando il commissario è vicino alla verità lo
si isola, oppure si cerca di trasferirlo con una meritata promozione
(che però metterebbe in crisi tutta l’inchiesta).
Più volte giornali e televisioni annunceranno scoop fantastici tesi a
demolire il lavoro di anni della procura di Firenze, e di Perugia.
Alcuni giornalisti che ipotizzano il collegamento massoneria – delitti
del mostro – sette sataniche vengono querelati anche se le querele
verranno poi ritirate.
Vengono fatte
indagini parallele e non ufficiali di cui non vengono informati gli
inquirenti. Il PM Mignini scopre che dopo l’ultimo delitto del mostro
la polizia di Perugia aveva indagato su Narducci e sul mostro, e ciò
risulta dai prospetti di lavoro, datati 10 settembre 1985. Ma di queste
indagini non viene avvisata la procura di Firenze.
Ma in compenso anche i carabinieri, per non essere da meno, fanno le
loro indagini parallele di cui non informano gli inquirenti.
Alcuni carabinieri confidano che anni prima avevano fatto un’irruzione
nell’appartamento fiorentino del Narducci per trovare le parti di
cadavere che il Narduci teneva nell’appartamento, ma che erano stati
“preceduti”. Anche di questi fatti la procura di Firenze non viene
informata. Queste indagini parallele erano coordinate a Perugia
dall’ispettore Napoleoni, che pare agisse addirittura all’insaputa
del suo diretto superiore Speroni (così scrive Licciardi nel suo libro)
Su Narducci c’era
un fascicolo da tempo, ma il fascicolo venne smarrito, e ritrovato dopo
anni privo di varie parti.
Così come scomparvero misteriosamente molti reperti che erano stato
acquisiti durante le indagini, come la famosa pietra a forma di piramide
trovata sulla scena di uno dei delitti.
Non manca poi – stando alla ricostruzione di Giuttari
nel suo libro - anche il procuratore capo di Firenze, Nannucci
(che è sempre stato contrario all’indagine sui mandanti) che avvisa
un indagato, il giornalista
Infine, ci sono gli immancabili depistaggi dei servizi segreti deviati.
Il Sisde aveva già dai tempi del terzo delitto preparato un dossier che
ipotizzava che non fosse coinvolto un solo serial Killer, ma i
componenti di una setta satanica che agivano in gruppo, e ciò appariva
evidente da alcuni particolari della scena del delitto. Ma questo
dossier – che porta la data del 1980 - non viene mai consegnato agli
inquirenti di Firenze.
Il dossier era
firmato da Francesco Bruno, consulente del Sisde.
In totale, sono tre gli studi commissionati dal Sisde che si persero
misteriosamente per strada e non arrivarono mai sulle scrivanie degli
inquirenti fiorentini. Guarda caso proprio quei dossier che
ricostruivano la pista dei mandanti plurimi e delle messe nere.
Ma qualche anno dopo Francesco Bruno, intervistato, sosterrà che a suo
parere il serial Killer è un mostro isolato, ancora in libertà.
Morti sospette.
Ci sono poi le solite
morti sospette tipiche di tutte le grosse vicende giudiziarie italiane.
Una vera strage, in realtà. O meglio, una strage nella strage. La prima
morte sospetta è quella del medico Perugino trovato morto nel lago
Trasimeno. Poi la morte di Pacciani per la quale la procura di Firenze
apre un fascicolo per omicidio.
E poi la solita mattanza di testimoni.
Elisabetta Ciabiani, una ragazza di venti anni che aveva lavorato
nell’albergo dove Narducci e la sua loggia massonica si riunivano e
che aveva rivelato al suo psicologo, Maurizio Antonello (fondatore
dell’Associazione per la ricerca e l’informazione delle sette) il
nome di alcuni mandanti del mostro e aveva rivelato il coinvolgimento
della Rosa Rossa nei delitti: Elisabetta verrà trovata uccisa a colpi
di coltello, compresa una coltellata al pube, ma il caso venne
archiviato come suicidio. Mentre lo psicologo Maurizio Antonello verrà
trovato “suicidato”, impiccato al parapetto della sua casa di
campagna.
Renato Malatesta,
marito di Antonietta Sperduto, l’amante di Pacciani, che viene trovato
impiccato, ma con i piedi che toccano per terra; uno degli innumerevoli
casi di suicidi in ginocchio, che non fanno certo l’onore delle nostre
forze di polizia subito pronte ad archiviare il caso come suicidio
nonostante l’evidenza dei fatti.
Francesco Vinci e Angelo Vargiu, sospettati di essere tra i compagni di
merende di Pacciani (il primo è anche amante di Milva Malatesta)
trovati morti carbonizzati nell’auto.
Anna Milva Mattei, anche lei bruciata in auto.
Claudio Pitocchi, morto per un incidente di moto, che sbanda ed esce di
strada all’improvviso, senza cause apparenti. Anche questa è una
modalità che troviamo in tutte le vicende italiane in cui sono
coinvolti servizi segreti e massoneria: Ustica, soprattutto, e poi nel
caso Clementina Forleo, di cui ci siamo già occupati.
Milva Malatesta e il suo figlio Mirko, anche loro trovati carbonizzati nell’auto; una fine curiosamente simile a quella che volevano far fare al perito del Moby Prince poche settimane fa. La stessa tecnica. Così come la tecnica dei suicidi in ginocchio è identica a quella dei morti di Ustica e di tutte le altre stragi che hanno insanguinato l’Italia. Tecniche identiche, che fanno ipotizzare una firma unica: quella dei servizi segreti deviati.
Rolf Reineke, che
aveva visto una delle coppiette uccise poche ore prima della loro morte,
che muore di infarto nel 1983.
Domenico, un fruttivendolo di Prato che scompare nel nulla nell’agosto
del 1994 e venne considerato un caso di lupara bianca.
Il proprietario di Villa Verde, o Villa Poggio ai Grilli, dove secondo
Giuttari, e stando ai racconti di Pacciani, si tenevano le messe nere,
che muore di infarto. Secondo la moglie è morto di infarto per il
trauma delle perquisizioni illegittime e immotivate degli inquirenti.
E poi ce ne sono tanti altri. C’è il caso di tre prostitute, una
suicidatasi, e due accoltellate, che avevano avuto rapporti a vario
titolo con i compagni di merende, e chissà quanti alltri di cui si non
si saprà mai nulla.
Un discorso a parte
va fatto per Luciano Petrini. Consulente informatico, nel 1996 avvicinò
una persona (anche lei testimone al processo) Gabriella Pasquali
Carlizzi, dandogli alcune informazioni sul mostro e mostrando di sapere
molto su questa vicenda; ma il 9 maggio fu ucciso nel suo bagno, colpito
ripetutamente con un porta asciugamani a cui tolsero la guarnizione per
renderla più tagliente. Nella casa non compaiono segni di scasso o
effrazione. Conclusioni: omicidio gay. Nessuno prende in considerazione
altre piste. Nessuno prende in considerazione – soprattutto -
l’ipotesi più evidente: Petrini aveva svolto consulenza nel caso
Ustica, sul suicidio del colonnello dell’aereonautica
Conclusioni
La verità sul mostro
di Firenze non si saprà mai. Non si sapranno mai i nomi dei mandanti,
perlomeno non di tutti.
In realtà, in questa vicenda molte cose sono chiare, molto più chiare
di quanto non sembri a prima vista. Leggendo attentamente i fatti e i
documenti è possibile farsi un’idea della vicenda, e delle
motivazioni che spingono alcune delle persone coinvolte. Ma non è mio
intendimento fare ipotesi, smontare tesi o costruirle. Non mi interessa
poi così tanto capire se Pacciani era il vero mostro o fu solo
incastrato. Se Narducci era il mostro, o se erano altri. Se Pietro Toni,
il procuratore che chiese l’assoluzione di Pacciani e definì“aria
fritta” l’ipotesi dei mandanti sia in mala fede oppure se gli sia
sfuggito un “leggerissimo” particolare: che una simile mattanza di
testimoni e di occultamenti presuppone un’organizzazione dietro tutto
questo. E che a fronte dei depistaggi, delle sparizioni di fascicoli,
dei tentativi di insabbiamento, l’ipotesi del mandante isolato diventa
fantascientifica, perché in tal caso si impone di presupporre che tutti
gli investigatori che si sono occupati delle vicende del mostro siano
impazziti o si siano messi d’accordo per fregare Pacciani e gli altri
e che tutti i testimoni siano morti per delle coincidenze.
Atteniamoci quindi ad
un dato di fatto.
Quando in un indagine importante compare il binomio massoneria –
servizi segreti, questo binomio indica che sono coinvolti dei mandanti
eccellenti, al di là di ogni immaginazione. Ancora una volta la
massoneria deviata riesce a mostrare tutta la sua forza, riuscendo a
tacitare ogni tipo di delitti, purché siano coinvolte persone a loro
legate. Non solo colpi di stato, stragi e altro, ma addirittura delitti
come quelli del Mostro di Firenze. Il che porta a concludere che anche i
morti legati alla vicenda Mostro di Firenze, che non sono solo le sedici
vittime ufficiali, ma anche tutte le altre (i testimoni soppressi
brutalmente e gli omicidi non individuati ufficialmente) possono essere
considerati una strage di stato. L’ennesima strage compiuta con la
connivenza di pezzi dello stato, resa possibile sia dalle complicità ad
alto livello, sia dall’ignoranza degli organi investigativi, dalla
loro impreparazione riguardo al modus operandi e alla struttura delle
logge massoniche deviate e in particolare delle sette sataniche.
Ancora una volta
viene in evidenza poi la totale inutilità delle norme giuridiche e
processuali. Finché un PM che avvisa un indagato commetterà un reato
minimo; finché l’occultamento di prove o di un fascicolo agli
inquirenti, subirà un pena minima, destinata tra l’altro ad andare in
prescrizione; finché l’operato dei servizi segreti rimarrà sempre
impunito in nome del cosiddetto segreto di stato; finché il tempo
massimo per le indagini preliminari, anche in reati così complessi,
continueranno ad essere due anni; finché avremo questo sistema,
insomma, la macchina giudiziaria sarà sempre paralizzata nel
perseguimento di questo tipo di delitti, cioè i delitti che vedono
coinvolti, a vario titolo, i colletti bianchi nel coprirsi a vicenda i
reati da ciascuno di loro commessi.
Finisco questo
articolo riportando le parole di un mio amico di infanzia, ufficiale dei
carabinieri di un paese della Toscana. Mi ha detto: “Certo Paolo che
dietro ai delitti del mostro di Firenze ci sono alcune sette sataniche
legate a logge deviate della massoneria. I fatti di Perugia parlano
chiaro. Noi spesso sappiamo chi sono e cosa fanno certi personaggi. Ma
abbiamo l’ordine di non indagare. Vedi… Un tempo, se toccavi il
tasto mafia – politica e indagavi su questo filone, o scrivevi un
pezzo di giornale, morivi. Oggi la politica ha capito che è inutile
uccidere per questo, perché i magistrati si possono trasferire, i reati
vanno in prescrizione… insomma ci sono altri mezzi per insabbiare
un’inchiesta. Ma il tasto delle sette sataniche, e dei coinvolgimenti
eccellenti in queste sette, non si può toccare, altrimenti si muore.
Pensa che ogni anno, in Italia, spariscono migliaia di bambini. Oltre ai
dati ufficiali della polizia di stato, ce ne sono molti altri, Rom,
immigrati clandestini, ecc. che non compaiono nelle statistiche. E
questi bambini finiscono nel circuito delle sette sataniche, che sono
collegate spesso al circuito dei sadici e pedofili, che pagano cifre
astronomiche per video ove i bambini muoiono veramente”. E mi ha anche
detto i nomi di alcune persone coinvolte, tra l’altro chiaramente
ricavabili dal fatto di essere proprietarie dei luoghi in cui si
svolgevano questi riti.
Questo mio amico non
sapeva, all’epoca, che ero coinvolto anche io in vicende che
riguardavano la massoneria deviata e raccontò queste cose con
tranquillità, davanti alla mia fidanzata dell’epoca, mentre eravamo
seduti in un bar. Tempo dopo, quando lo venne a sapere, e gli feci delle
domande, negò di avermi mai dato quelle informazioni.
Ma, lo ripeto, quello che importa non sono i nomi. Non è se Tizio o
Caio sia coinvolto, e in che cosa sia coinvolto. Anche perché il
singolo nome talvolta può essere il frutto di un errore, di un
tentativo di screditare qualcuno. E francamente a me non è questo che
fa paura.
Ciò che fa paura è la vastità delle connivenze; il fatto che per
delitti di questa gravità ed efferatezza ci possano essere coperture
eccellenti e che la macchina della giustizia sia paralizzata. Il fatto
che gli organi investigativi siano impreparati quando si affrontano
vicende che sfiorano l’esoterismo e i servizi segreti deviati.
Eppure la vicenda del
Mostro di Firenze dovrebbe interessare tutti, non solo gli amanti dei
gialli, dell’horror e dell’esoterismo. 18 vittime ufficiali che
potevano essere nostri amici, nostri partner, o potevamo essere noi;
decine di vittime nella mattanza dei testimoni e delle persone
coinvolte; centinaia di famiglie inconsapevoli coinvolte nella vicenda,
che escono distrutte, alcune perché vittime del mostro, altre perché
sospettate di essere familiari di un mostro. Il vero mostro in questa
vicenda, non è solo chi ha ucciso ma anche tutte le persone che hanno
coperto la verità, che in virtù dei loro legami con la massoneria
deviata o con pezzi deviati dello stato hanno coperto, colluso, e
taciuto. Il vero mostro è la massoneria deviata, che come una piovra si
è insinuata in tutti i punti vitali dello stato. Il mostro di Firenze
è solo uno dei suoi tentacoli.
Bibliografia
Se molti in questi
anni hanno cercato di nascondere la verità, è anche vero che, come
dice un detto famoso, la verità non si può nascondere per sempre. Per
chi vuole cercarla e capire segnaliamo due testi.
Michele Giuttari, Il mostro anatomia di un
indagine, BUR.
Una cosa che mi
colpisce leggendo il libro di Giuttari è che quando parla dei
depistaggi e degli occultamenti vari non nomina mai la massoneria. Parla
di un “partito avverso”. Anche se, leggendo, non è difficile
intuire cosa sia questo partito avverso, non si capisce se la cosa sia
voluta o casuale.
Questi legami vengono descritti meglio nel libro:
Luca Cardinalini, Pietro Licciardi, La strana
morte del dottor Narducci, ed. Deriveapprodi.
E’ Licciardi che
definisce il Mostro di Firenze “una piovra che si insinua nello
stato”.