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- Inchiesta "Mostro di Firenze"
- Libro sul "Mostro di Firenze"

«Mostro di Firenze: Pacciani è il «mostro»: la lettera era anonima? No, perché l’Antistato non si firma, per non rischiare falsi! Fu così che il vertiginoso rialzo delle azioni «Mostro di Firenze», ottenne per gli anonimi della «Mond-attori» il magico premio «Strega»!!!…
Roma 22 aprile 2004 - Esclusiva per Disinformazione.it

Se Pietro Pacciani avesse immaginato quanto valeva sul mercato dei ricatti la sua condanna, non sarebbe nemmeno ricorso in Appello, tanto più che prima o poi qualcuno avrebbe fatto anche per lui, che non era il "Mostro", lo sciopero della fame e della sete, e Sofri oggi e Sofri domani, anche il Vampa avrebbe perso la parola "Per Grazia Ricevuta"!
Proprio così, niente vale di più della condanna di un "innocente" parola che mai si addice ad un Pacciani che certo non era l'agnelluccio che diceva di essere, ma quei delitti erano roba per signori, per menti colte, non certo per un contadino, rozzo e fin troppo virile.
D'altra parte, perché si attivasse il mercato-Pacciani, la sua condanna era indispensabile, o così tutti i partecipanti alla divisione della torta, si adoperarono in tal senso.
Suggeritori esperti di psicologia sociale, consigliarono una difesa "urlata", carente da un punto di vista tecnico e procedurale, ma assai suggestiva nei toni e nel dialetto toscano, capace di straripare dalla deontologia, fino a presentare una scena da corrida: l'agnelluccio è il "toro" infuriato e le toghe dei toreri eccezionalmente nere: all'olè di Fioravanti segue quello di Canessa, che con un colpo prestabilito ferisce il "toro" mentre il sangue della bestia è il nettare prezioso della "Rosa Rossa".

Peccato, la torta non riuscì a sfamare tutti, né si fece in tempo a rimediare con altri pasticci o pasticcini, perché la "dolciaria" Perugini si era trasferita oltre Oceano, né ci si ricordò che sarebbe bastato attraversare il lago Trasimeno, e approdare nella città della cioccolata, dove un dottore amico aveva conservato in frigorifero gli avanzi dell'ultima "festa".
Erano tutti così tristi e scontenti, che se l'erano presa pure col loro santo protettore, sembrava che da quando avevano smesso di uccidere le coppiette, anche San Feliciano li aveva abbandonati al loro destino!
Coloro che rimasero a bocca asciutta sulla scena della condanna, pensarono di coalizzarsi, insinuando la colpevolezza di altri, e di conseguenza, ma solo di conseguenza l'estraneità di Pacciani.
Naturalmente questo secondo gruppo, dovendo ricorrere a circostanze riservate e relative al personaggio che sarebbe stato chiamato in causa, si formò nell'ambito degli ambienti riservati nostrani, dovendo peraltro agire nell'ombra e senza lasciare alcuna traccia tra le maglie della ragnatela che sempre "protegge" la manovalanza di Stato.
Non a caso si chiamava Ragni la signora che mi si presentò per accusare Alberto Bevilacqua, il quale per fare da contro altare alla risonanza conquistata da Pacciani, avrebbe necessariamente provocato altrettanto rumore.
E tutto andò come da copione, anche se il chiasso che ne derivò non fu causato dal nome famoso, né lo si poteva ritenere persona al di sopra di ogni sospetto, visto che proprio a lui Andreotti aveva affidato la pesante biografia post‑mortem del «Divo Giulio", pesante quanto i "ricatti" grazie ai quali l'Italia è sopravvissuta fino alla chiusura del Paradiso, quello fiscale, la folle decisione Di Pietro.

L'eco dello scandalo la ingigantì il noto scrittore, il quale nemmeno prese in considerazione la propria presunta innocenza ma, rese pubbliche le sue intenzioni, con queste parole:
«Se mi faranno fuori, o mi chiuderanno a marcire in una cella, metti gli scatoloni blu, contrassegnati dalle lettere B, C e D, con la dicitura: "Schifo e porcherie inimmaginabili di alcuni potenti". Contengono documenti di cui sono entrato in possesso durante le mie indagini di buon giornalista, quale credo di essere. Essi sono in grado di scatenare un autentico putiferio ai vertici di uno dei nostri due Stati, diciamo quello ufficiale e screditato sulla scena mondiale, perché ne esiste un secondo, l'Antistato criminale, assai più organizzato ed efficiente, nonché internazionalmente ramificato. Alcuni politici di alto grado, e ritenuti irreprensibili, appariranno come autentiche fogne. Ci sono anche documenti che riguardano colui che gli uomini grigi dell'Edificio Grigio hanno sempre definito, con sudditanza, "l'Insabbiatore del Deserto, il Divo"….Gli scatoloni consegnali semmai, e personalmente al Direttore del Corriere della Sera, qualora il linciaggio dei calunniatori dovesse continuare anche dopo la mia morte».
Il parlar chiaro di Bevilacqua, fu veramente efficace, perché non solo nessuna carica dello Stato gli chiese conto di affermazioni tanto gravi rese a mezzo stampa, ma gli fu data l'immunità onoraria per fini istituzionali, dato che il sigillo di quegli scatoloni avrebbe garantito la stabilità democratica del Paese.
Successivamente ci sarebbe stata la riforma dei Servizi Segreti che avrebbero usufruito della licenza di poter compiere un numero assai superiore di reati.
Il 10 marzo del 1995 alle ore 16 Alberto Bevilacqua, accusato di essere il Mostro, compariva a Firenze davanti al Procuratore Piero Luigi Vigna e al Sostituto Paolo Canessa, ai quali rispondeva: «Prendo atto che vengo sentito quale persona offesa dei reato di calunnia». Beato lui!
A fronte dell'accusa come ''Mostro di Firenze", gli Inquirenti, come risulta dal verbale dì interrogatorio, gli chiesero se aveva parlato con la Ragni del pittore Ligabue, o delle vacanze estive, se aveva una casa a Sermide, so sua madre era mai stata in casa dì cura psichiatrica, o se vi era mai stato lui, presso l'ospedale di Colorno. e se aveva avuto una matrigna.

A queste poche domando, lo scrittore rispose negativamente, e gli Inquirenti si ritennero soddisfatti, escludendo così che Bevilacqua potesse essere il Mostro.
D'altra parte se solo avessero avuto un dubbio, sarebbe venuta meno la loro certezza della colpevolezza di Pacciani, da poco condannato a 14 ergastoli.
Forse altri, estranei al caso Pacciani, avrebbero chiesto allo scrittore qualcosa di più conforme alla specificità dell'accusa, essendo del tutto ininfluenti gli aspetti della vita privata e recente, aspetti peraltro legittimi e semmai di interesse psicologico non corto investigativo.
D'altra parte gli Inquirenti avevano delegato la PG a verificare queste cose e non altre, non per esempio dove si trovasse Bevilacqua nei giorni dei delitti, o i suoi spostamenti in ordine alle date, o tutto ciò che invece avevano chiesto a tutti coloro che furono semplicemente sospettati di essere il "Mostro".
In questo caso la signora Ragni aveva sottoscritto un verbale di denuncia, nel quale si legge testualmente: «Se non fossi sicura che Bevilacqua è il Mostro dì Firenze io non sarei qui». (Verbale del 2 marzo 1995 - ore 15, 50. Procura della Repubblica dì Firenze ).
Mentre la Ragni deponeva innanzi al PM Paolo Canessa, fuori c'era l'avvocato Fioravanti.
Ma ciò che fece più impressione compariva dai verbali delle indagini di PG, verbali firmati dagli Agenti della SAM (Squadra Anti Mostro).

Costoro, tanto per fate un esempio, ritennero falso il fatto che Bevilacqua avesse stampato anche uno solo del suoi libri a San Casciano Val di Pesa.
lo ne produssi direttamente, al Procuratore Vigna più di cinque, con tanto di timbro: "Tipografie Stianti ‑ San Casciano Val di Pesa"!
Senza contare il fatto che in Italia ci sono due Biblioteche Nazionali, di cui una si trova a Firenze!
Per non parlare di altre circostanze, pure negate dagli Investigatori e provate da me con tanto dì documenti incontestabili. Perché?
Fatto é che da quel momento il gioco si fece pesante e ancora é in essere.
In Corte d'Appello Pacciani fu assolto.
Ormai i cosiddetti livelli superiori erano inevitabili ma la scala era tuttavia lunga, e tanti i gradini da salire.
Pacciani fu coinvolto nuovamente come manovalanza tra i "compagni di merenda", tanto per salvare l'immagine istituzionale, ma il "Mostro" è ben diversa realtà, una realtà che continua a far paura a coloro che sono preposti ad applicare la Legge, quella Legge uguale per tutti.
Eppure qualcuno dovrà pure ben rappresentarla questa Giustizia, perché non sia più versato il sangue degli innocenti, perché sia stroncata una realtà che di giorno in giorno si perfeziona nei crimini sempre più efferati, una realtà che risente profondamente di quelle trame atlantiche che forse, possono essere spezzate solo dalla solidarietà tra la gente semplice, dalla imprevedibilità dell'iniziativa di chi decide di raccontare la storia di oggi, come questa storia, vera per quanto drammatica.
Pietà, per chi questa verità la scrive come romanzo, vergogna per chi non ha il coraggio di cancellare il romanzo nel nome della verità, inquietudine per quanti consentono che romanzi imbrattati di sangue, alloggino nelle vetrine delle librerie, come prostitute alla mercè del migliore offerente!

Gabriella Pasquali Carlizzi

 
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