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«Mostro di Firenze»: «fummo costretti a scegliere tra te e lo Stato!!!». La regia occulta che creò l’inimicizia tra Nicola Cavaliere e Gabriella Pasquali Carlizzi.
28 aprile 2004 - Esclusiva per Disinformazione.it

Se solo avessi immaginato il potere di una certa "informazione", mi sarei comportata diversamente, ed uno dei miei obiettivi è proprio quello di creare un organismo con rappresentanza giuridica, capace di riscattare i tanti diritti lesi di coloro che per difendere lo Stato, sono divenuti vittime dello Stato stesso. 
A far scattare questo meccanismo diabolico basta poco. 
A volte quattro righe di un quotidiano, ben virgolettate, e ti ritrovi che tu,  hai accusato lo Stato, tu che a quello stesso Stato hai offerto la tua testimonianza per poter guardare in faccia quelli che lo infangano davvero, subito dopo averlo "ossequiato".
L'osservatorio è attento, e il servizio d'ordine pronto a scattare. 
Appena un cittadino diventa scomodo, pericoloso, e trova il coraggio di portare su un vassoio d'argento il proprio contributo allo Stato, scendono in campo i "guastatori", e quel cittadino è screditato sulla scena nazionale.
Lo Stato è "imbarazzato", inizia il distacco, ma è necessario assicurarsi che quel cittadino non torni alla carica, c'è il rischio che lo Stato gli dia fiducia, e allora sarebbe la fine, la fine per chi lavora per l'Antistato.
La mia decisione di far chiarezza su tutto, e senza veli, mi impone di affrontare nell'ambito dell'inchiesta "Mostro di Firenze", i passaggi più delicati, e anche più dolorosi, quei graffi sull'anima che lasciano il segno, specie quando t'accorgi, che nonostante tutto, di questo Stato non puoi farne a meno, per vivere, per lottare, per credere.

La storia tra me e Nicola Cavaliere, attuale Questore di Roma, è lontana nel tempo, risale alla metà degli anni ottanta, quando comincia a sentir parlare di lui, nelle carceri, ma anche negli ambienti istituzionali, e della carta stampata. 
All'epoca mi occupavo di terrorismo. 
Capitò che tredici ex Brigatisti tornarono in libertà per scadenza dei termini, e come Presidente dell'Opera di Padre Gabriele, mi prodigai in linea con quella campagna di reinserimento nella società civile, che per alcuni politici divenne "calcolato perdonismo".
Quell'esperienza mi fece scoprire una realtà che non avevo mai osservato tra la gente libera, e mi resi conto all'improvviso della distanza che c'era tra il cittadino e lo Stato, in netto contrasto con la familiarità che si veniva a creare tra lo Stato, la Forze di Polizia, e la popolazione detenuta.
C'era da essere invidiosi, in un certo senso: bastava che uno di loro chiedesse di parlare con un poliziotto, un carabiniere, un magistrato, anche quelli di maggiore spessore, e nel giro di ventiquattro ore l'incontro era fissato.
Ancora oggi mi capita che se invio un fax con una richiesta urgente di colloquio con un Ministro, o un Dirigente, a meno di qualche eccezione, nemmeno ti rispondono.
Per non arrivare poi ai paradossi, di quando telefoni per tutelare uno di loro che si trova in un momento di difficoltà, affinché non facciano sentire solo chi pure indossa la loro stessa divisa, e ti senti rispondere,
"Signora, il dottor…. é l'ultimo dei nostri problemi….si rivolga alla Magistratura….anzi eviti di telefonarci, sa potrebbe profilarsi il reato di molestie…..".
Provi a rispondere: " Ma scusi, è così che buttate a mare i vostri uomini più validi, quelli che restano a lavorare con la luce accesa fino all'alba, quelli che mentre voi state in ufficio, rischiano la vita, subiscono minacce, si dimenticano della famiglia per servire lo Stato….".
Dall'altra parte si interrompe la linea, e allora ti rendi conto come un Investigatore dello spessore di Michele Giuttari, pensa di aver sognato, e si convince che ha scambiato la realtà con un romanzo, si mette a scrivere, e gioca, gioca, gioca a "Scarabeo"!

Nicola Cavaliere si era fatto valere negli anni di piombo, aveva catturato esponenti delle Brigate Rosse, e la sua carriera aveva spiccato il volo.
A  Roma arrivò con questo bel biglietto da visita, che gli valse la nomina a Capo della Criminalpol per il Lazio, l'Umbria e un'altra regione che non ricordo.
In quegli anni sulla Capitale c'era l'ombra pesante della Banda della Magliana, un'organizzazione potente e intenzionata ad incastrare soggetti da ricattare in futuro, ogni volta che si fosse creato un problema.
E c'era anche un'altra banda, "l'Arancia Meccanica", che certo non scherzavano, e pure loro si adoperavano, per estorcere qualche "favore", specie loro che si erano deviati mentre ancora indossavano la divisa.
Mi bastò frequentare le carceri per pochissimo tempo, e mi resi conto di come era facile, per un poliziotto, per un direttore, per una guardia carceraria, cadere in una trappola ben studiata, e subire il ricatto per tutta la vita.
Una volta me ne accorsi direttamente. 
Era prossimo l'inizio di un maxiprocesso, uno di quelli che sarebbero passati alla storia. 
Gli imputati si accordavano tra di loro, su ciò che avrebbero detto o non detto, su ciò che avrebbero mentito e fatto confermare da un testimone credibile.
Ma parlavano anche di che abito avrebbero indossato il giorno dell'udienza, in aula avrebbero rivisto i parenti, le fidanzate, le mogli, e durante le pause ci avrebbero pure parlato, loro ammucchiati dietro le sbarre delle gabbie, dall'altra parte gli  affetti più cari, e tra gli spazi mani che si sfioravano, occhi lucidi di lacrime.
Il giorno prima del processo tornai nel carcere, a qualcuno portai la cravatta nuova, ad altri la camicia, o un maglione di cachemire, ci tenevano, e rendevano le contraddizioni sempre più violente.
Verso le tre di pomeriggio, avvertii uno strano silenzio, lo spazio di pochi istanti, incroci di sguardi fulminanti…..una perquisizione.
Mentre le celle venivano messe a soqquadro un a ad una, un detenuto si avvicinò con disinvoltura ad un Dirigente che assisteva all'operazione.

"Dottore permette, posso dirle una parola….", e mentre l'altro annuiva con un cenno del capo, il detenuto parlandogli sottovoce in prossimità dell'orecchio, fece scivolare dalla parte opposta, con l'altra mano, nella tasca della giacca del Dirigente, un oggetto che lì per lì non riuscii ad individuare.
Passò circa un'ora,  prima che terminasse la perquisizione, e mentre il gruppo si avviava verso la cancellata per uscire dalla sezione, un altro detenuto con un tono di sfida, disse: "Perché invece di rovistare nelle nostre celle, non mettete una mano nella tasca del dottor….. che s'è fatto regalare un rolex d'oro!"
Il Direttore del carcere di fronte ad una denuncia pubblica fu costretto a consentire il controllo, e il clima si fece pesante e torbido, quando vidi l'agente consegnare l'oggetto appena recuperato.
Qualunque cosa avessi detto io, nessuno mi avrebbe creduto, né valse la mia visita al Magistrato di Sorveglianza, ormai quel funzionario era per il futuro, nelle mani della criminalità.
Ho voluto raccontare una delle tante pagine drammatiche della mia esperienza, per far comprendere come nell'universo giudiziario, può bastare una volgare menzogna a creare tra lo Stato e la criminalità legami inscindibili,  capaci di tessere nel tempo in senso trasversale, trame e convincimenti falsi e destinati ad aumentare le distanze tra le Istituzioni e la gente onesta. 
Furono anni difficili per me, anche se mai venne meno l'entusiasmo per il quale mi ero messa in testa,  che dal momento che uno ha scontato la pena e viene rimesso in libertà, la società non se ne può fregare o emarginarlo fino a costringerlo per fame a delinquere di nuovo.
In ogni caso era il mio un compito difficile, e mi sfogavo spesso con l'allora Questore di Roma Marcello Monarca, e anche con i Funzionari della Digos che seguivano il mio progetto di recupero e che spesso venivano a farmi visita, nel comune intento di ristabilire armonia tra lo Stato e chi contro lo Stato aveva lottato.

Conobbi così il Dottor Andreassi, il Dottor Federici, il Dottor Sirleo, il Dottor Fulvi, il Prefetto Parisi,  e nel tempo anche altri, come il Dottor Nicola Cavaliere, il Dottor Fernando Masone, il Dottor Sucato, e di volta in volta funzionari e Ministri, riscotendo da tutti espressioni di stima per il mio operato, a meno di qualche "episodio", architettato proprio da chi si attivò per mettere uno contro l'altro, me e il Dottor Cavaliere.
Eppure ci eravamo conosciuti e stretti la mano in occasione di un "Costanzo show", a settembre del 2003, in una puntata dedicata ai delitti dell'estate.
Oggi li chiamerei i "delitti della Rosa Rossa"!
E credo che  esattamente da quel momento scattò la "regia occulta" , tesa da un lato a minare la mia credibilità e dall'altro a rendermi depositaria di rivelazioni sul conto del Dottor  Cavaliere, effettivamente non commendevoli.
Solo in questo modo posso spiegarmi il motivo per cui l'allora Capo della Criminalpol, dopo la trasmissione non mi convocò per formalizzare quanto avevo pubblicamente dichiarato a riguardo dell'aver conosciuto,  prima che fosse ammazzata, Cinzia Bruno, e dell'essersi lei confidata con me, chiedendomi aiuto,  circa il timore di essere uccisa. 
Timore purtroppo che si rivelò fondato.
Fu proprio Costanzo che mi interruppe, dicendomi che in ogni caso il Dottor Cavaliere, lì presente, mi avrebbe interrogato.
La mia esperienza mi insegna che se un Pubblico Ufficiale non ritiene credibile una persona, evita di assumere a verbale eventuali dichiarazioni.
La mia sede iniziò ad essere un via vai di persone che si qualificavano, o facevano intendere di essere "molto bene informate", comprese figure con funzioni istituzionali, ciascuno aveva da dire qualcosa, ora sul conto di questo, ora sul conto di quell'altro,  e la mia reazione sarebbe stata quella di avvertire i diretti interessati, ma quando ci provavo non ci riuscivo.

Intuivo anche quando a volte, chi cercavo si faceva negare, e un giorno dopo l'altro le distanze aumentavano.
Tutto questo però, in caso di necessità, non condizionava certo le mie decisioni in merito a chi dovevo rivolgermi. 
Tanto è vero che,  quando l'accusatrice di Bevilacqua mi coinvolse nella vicenda "Mostro", chiesi consiglio al Dottor Cavaliere, il quale non esitò a recarsi presso la redazione del mio giornale, che peraltro mi confermò di seguire con molto interesse.
Quello, si rivelò poi un altro momento di incomprensione, soprattutto da parte mia,  perché mi risentii del fatto che inviò tutto a Firenze, scatenando così le ben note reazioni degli Inquirenti per i quali valeva il dogma: "Pacciani è l'unico vero mostro, non c'è altro mostro al di fuori di lui"!
I diffamatori del Dottor Cavaliere aumentavano, eravamo ormai nel luglio del 1995.
Provai a prendere un appuntamento con lui, ma mi fu rifiutato.
Allora telefonai all' allora Capo della Polizia, che mi ricevette. 
A lui spiegai quanto mi capitava, e manifestai il timore che questa situazione mi isolasse proprio nel momento in cui avevo necessità di un punto di riferimento istituzionale, essendo esploso lo scandalo della cosiddetta "Clinica dei VIP" di Bergamo, un'inchiesta che mi vide protagonista con una risonanza senza precedenti.
Il dottor Masone, dimostrò un equilibrio caratteristico di una grande esperienza, e mi promise che si sarebbe interessato per comprendere l'origine di una manovra così sofisticata e lesiva dell'Istituzione di cui lui era a capo.
Nel ringraziarlo lo rassicurai circa l'essere io disponibile a fare i nomi dei diffamatori. Ma le cose precipitarono, ed io non seppi gestire una situazione che da parte mia avrebbe richiesto maggiore freddezza.
Quello scandalo coinvolse anche nomi cosiddetti "eccellenti", e i due Magistrati titolari dell'inchiesta, Dottoressa Penna e Dottoressa Pugliese, dimostrarono una professionalità ed un coraggio tali che la vicenda si chiuse con la vittoria della Giustizia.

La "clinica" fu sequestrata, gli imputati tutti condannati ad eccezione di Tony Renis le cui prove furono ritenute insufficienti.
D'altra parte non tutti possono permettersi un difensore come l'avvocato Ruggiero, legale di fiducia anche del Dottor Cavaliere, il quale nelle Aule di Giustizia,  quando inveisce contro di me, trova il coraggio di dire davanti ai Giudici, che "….i Magistrati che ascoltano la Carlizzi andrebbero tutti arrestati…"!
Dottor Cavaliere, perché non cambia avvocato?
In quel contesto bergamasco, un collega giornalista di un noto quotidiano, dopo essersi recato a casa mia ed intervistato me e un'altra testimone, un giorno mi telefona e mi dice che il Dottor Cavaliere, durante un incontro con la stampa, aveva invitato i giornalisti ad andarci piano, nella questione di Bergamo, e di guardare bene alla fonte.
Nelle parole non c'era nulla di male, ma il tono con cui il giornalista me le riferì era insinuante, come di un "freno" non tanto alla stampa,  quanto all'inchiesta.
Nella mia istintiva schiettezza telefonai al dottor Cavaliere, manifestandogli la mia esigenza di denunciare quanto il giornalista gli addebitava ledendo la sua immagine, tanto più che c'erano testimoni e la telefonata, come mia abitudine, documentata.
Il giorno dopo mi recai in Questura, ma con mia sorpresa non fui ricevuta dal Dottor Cavaliere. da Raccolse la mia denuncia il Dottor Giannini della Digos, il cui superiore Dottor Fulvi, ritenne di doverne informare il Dottor Cavaliere. Ma lo seppe pure il giornalista, che si arrabbiò avvertendomi che se lo avessero chiamato, avrebbe mentito!

Ebbene, sapete come finì?
Andata per difendere Cavaliere, mi si processò per calunnia e il giornalista calunniatore divenne testimone a favore del nostro attuale Questore.
Al processo di primo grado fui condannata a un anno e otto mesi, l'Appello è in corso, ma il PM chiede il raddoppio della pena. Per il giornalista che non si è presentato, è stato disposto per la prossima udienza l'accompagnamento coatto e una multa di trecento euro! 
A me non importa assolutamente nulla delle intimidazioni giudiziarie che misi nei conti quando iniziai le mie battaglie sociali, ma non intendo più, per nessun motivo, lasciare nell'ombra chi infanga lo Stato senza prendersene la responsabilità.
Io non ho alcun problema nel confrontarmi davanti al Dottor Cavaliere, con persone come Gabriele Ratini, l'Ammiraglio Angelo De Marcus, Ezio Pasero, Pio Cafaro, Pietro Fioravanti, Mario Zicari,
Paolo Cantarelli, e qualche altra "ciliegina" più vicina alle Istituzioni. E proprio nel merito di questa assurda storia, i Magistrati che ne sono informati sanno che sia io che altri testimoni, abbiamo già da molto tempo chiesto i confronti con tutti coloro che forse avrebbero fatto meglio a tacere.
Qualcuno si chiederà circa questa mia esigenza, cosa c'entri con il "Mostro di Firenze".
Ebbene, rispondo.
Innanzitutto, io vivo a Roma e nel caso debba fare riferimento al Questore per esigenze di Giustizia, non intendo sentirmi limitata dalla situazione in essere.
Ma l'aspetto più importante è che relativamente al "Mostro" vi è una competenza anche Romana, che piaccia o no a chi fino ad ora ha preferito non interessarsene, purtroppo nella mia veste di testimone, direi che "tutte le strade percorse dal mostro portano a Roma".
Tra l'altro ho motivo di pensare che alcuni delitti rimasti insoluti, come pure alcune "scomparse" storicamente note, siano riconducibili alla medesima organizzazione della cosiddetta "Rosa Rossa", mandante anche dei delitti in Toscana. Ma via Poma si trova a Roma, e la famiglia di Simonetta Cesaroni ancora dopo quattordici anni non sa chi uccise la ragazza, non sa chi faceva comparire sulla tomba quel misterioso mazzo di rose rosse, che casualmente il criminologo del SISDE Francesco Bruno, fece notare nel suo libro "Analisi di un Mostro"!
E c'è di più. Si parla di riapertura del "caso Moro", ebbene, dico al Questore della mia città: "Dottor Cavaliere, vuole per favore ascoltarmi responsabilmente? La sua carica vale anche per me? Non le sembra giunto il momento di dare un tocco di signorilità, a tutto quanto è solo volgare?"
Poco tempo fa, venne ad intervistarmi un collega del giornalista che combinò il casino e che dovrà prima o poi testimoniare.Ambedue lavorano per la stessa testata, fianco a fianco.
Ripercorrendo l'intera vicenda, eravamo nel mio salotto con altri ospiti, ebbi a chiedergli: "Mi spieghi perché all'epoca "tizio" si comportò in quel modo, mentendo spudoratamente?
Eppure tu lo vedi, che mi registro tutto, pure stupido….credimi che non ho mai capito quell'azione nei miei confronti…"
"Gabriella, cerca di comprendere, in quel momento non potevamo fare altro, fummo costretti a scegliere tra te e lo Stato", poi ammirando il mio lampadario, aggiunse: "Lo sai? Anche Frattini ce l'ha uguale, è bellissimo…è veramente bello!"

                                                                        Gabriella Pasquali Carlizzi 

 
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