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«Mostro di Firenze»: le insinuanti ipotesi di «Chi l'ha visto?»
la trasmissione andata in onda ieri sera su RAI TRE, con un servizio di Pino Rinaldi.
30 maggio 2004 - Gabriella Pasquali Carlizzi
[esclusiva per disinformazione.it]

Se avessi potuto spaccare il televisore, ieri sera, credetemi che lo avrei fatto, tanta è stata la rabbia e la violenza che ho subito quando l'attrice Daniela Poggi, ha annunciato che dopo la pubblicità, sarebbe andato in onda il servizio di Pino Rinaldi che aveva scoperto, a Perugia, una verità sconcertante, capace di ribaltare tutto il lavoro degli inquirenti.
Voglio rispondere io non per protagonismo, ma perché, nella mia veste di testimone, negli ultimi anni ho ricevuto nella mia stessa casa più volte l'amico Pino Rinaldi per ben due volte, dopo avergli rilasciato lunghe interviste con tanto di telecamere, sono stata costretta a revocare formalmente la liberatoria per la messa in onda, dovendo prendere atto, ogni volta, di una sgradevole sensazione che si instaurava in me, un disagio che percepisco ogni volta che mi sento usata per fini, forse non conformi al mio bisogno di credere nello Stato, al mio rispetto verso lo Stato, anche quando coloro che lo rappresentano cadono nell'errore, o a volte vi sono costretti, fini non conformi insomma al mio desiderio di verità che non può realizzarsi offendendo proprio coloro che sono legittimati al recupero della verità stessa.
Poco tempo fa, Pino Rinaldi venne a trovarmi, e insieme rivisitammo il caso giudiziario, in tutte le sue sfaccettature, rispettando reciprocamente le diverse posizioni su alcuni punti, ma allo stesso tempo convinti che la nostra analisi potesse contribuire alla chiarezza, soprattutto per la pubblica opinione cui i fatti giungono attraverso gli organi dell'informazione.
La materia era tanta e Pino venne a casa mia per tre giorni di seguito, dalla mattina alla sera.
lo, nella mia veste di testimone, per ciò che non era sottoposto a segreto istruttorio, lo misi a parte, documentandolo, di molte circostanze dimostrative della validità della tesi degli Inquirenti, gli mostrai un'infinità di atti giudiziari, gli feci ascoltare conversazioni registrate dì testimoni, gli misi sotto gli occhi lettere autografe dì confessioni, appunti affidatemi da personaggi autorevoli con tanto di nomi e cognomi, insomma pensai davvero di averlo messo nelle condizioni migliori per un servizio televisivo qualificato e distaccato da qualunque tesi precostituita. 
Erano i giorni in cui su due quotidiani furono pubblicati tutti i verbali resi da importanti testimoni di Perugia, un vero e proprio attentato all'inchiesta e a coloro che avevano adempiuto ad un dovere civico, buttati in prima pagina, loro e le proprie famiglie, testimoni trattati come «mostri».
E Pino Rinaldi era seduto vicino a me, quando mi arrivò la telefonata da Firenze del giornalista che mi tendeva una trappola, mi chiedeva i nomi di questi testimoni perché potesse dire: «me li ha detti la Carlizzi». Pino, mi passò sotto gli occhi un suo biglietto ove aveva scritto, «Attenta, è una trappola, non parlare!». E così il giornalista da Firenze, preso dalla rabbia, si lasciò scappare. «Tanto se proprio lo vuoi sapere, ho con me tutto il fascicolo dei verbali!». Era a Firenze, e il servizio del giorno dopo sul quotidiano lo confermava, come la provocazione che emerse nel costatare che i verbali passati di mano erano relativi, guarda caso, solo ai testimoni di Perugia!

Bisognava colpire Perugia, svilire l'inchiesta perugina, indurre i testimoni a ritrattare, screditarli.
In quei tre giorni con Pino Rinaldi, in verità di cose strane ne dovetti notare tante. Per esempio scoprii la sua amicizia con il super poliziotto Michele Giuttari. Qualcuno si chiederà dove sta la stranezza. Ebbene, chi ha letto il mio libro «Gli affari riservati sul Mostro dì Firenze» lo sa, ma la verità è che il dottor Giuttari considerava la trasmissione «Chi l'ha visto?» come una minaccia all'inchiesta, perfino alle sentenze già definitive sui «compagni di merende». Accadde nel 2002, proprio io riuscii a sapere che Rinaldi avrebbe mandato in onda un servizio con una tale prova scientifica che sarebbe crollata l'intera inchiesta, un colpo senza precedenti.
Prudentemente consigliai Rinaldi e Mario Spezi di assicurare la «prova» nelle mani degli inquirenti prima ancora di renderla pubblica. Mi sentii rispondere che gli inquirenti, se volevano, l'avrebbero acquisita dalla trasmissione, dove certo questa prova non sarebbe stata occultata. Il giorno che il servizio doveva andare in onda, tra me e il dottor Giuttari ci fu un via vai di telefonate, il momento era delicato e non sarebbe stato giusto usare la televisione di stato come veicolo di un attacco alla magistratura in corso di indagini. Giuttari, anche nel mio interesse mi raccomandava dì documentare tutte le telefonate, anche quelle con Pino Rinaldi, sollecitandomi a rappresentare formalmente ai vertici della RAI e al Ministro Gasparri la vicenda nel fine di bloccare la trasmissione. E così fu, anche se la mandarono in onda qualche tempo dopo. E mi ricordo l'imbarazzo che provai quando Pino Rinaldi sì accorse che lo registravo, effettivamente aveva usato espressioni pesanti nei confronti degli Inquirenti, ma io purtroppo, dovevo tutelare come testimone anche la mia credibilità. 
Ho raccontato questo episodio per spiegare l'essere sorpresa dell'amicizia tra Rinaldi e Giuttari, al punto che a dire dello stesso Rinaldi, sarebbe stato Giuttari a inviargli le bozze dì «Scarabeo», o una parte, chiedendogli un consiglio. («Scarabeo» è il romanzo o verità pubblicato da Giuttari recentemente ). Anzi, mi sono dovuta sentir dire Da Rinaldi: «Sai, il solo fare il tuo nome con Giuttari, e peggio che nominare il diavolo!». Queste sono le stranezze della vita e di certi ambienti dove la puzza di bruciato si confonde con la puzza dello zolfo!

Se racconto queste cose non è certo per fare pettegolezzi, ma il mio unico scopo, è quelle di riportare la verità dove si sono intessute trame e quanto altro è bene che conoscano gli inquirenti, ai quali posso ben provare, tutto quello che dichiaro responsabilmente. Forse il dottor Giuttari non lo sa, ma quando alle 19.05 di sabato 25 gennaio scorso, lui ha telefonato a Rinaldi, coi i toni confidenziali a partire dal «tu», ebbene Pino Rinaldi era a casa mia, davanti a me che ho assistito incredula a tutta la conversazione, nonché ai commenti che ne seguirono!
Eppure. Pino Rinaldi, insieme ad altri, non solo non ha mai creduto alla colpevolezza di Pacciani, alla validità della sentenza che ha visto condannare i cosiddetti «compagni di merenda», per non parlare poi dì mandanti, movente esoterico, fino ai collegamenti tra la morte dei medico perugino Francesco Narducci e il «Mostro di Firenze», Pino Rinaldi è attivo e schierato dalla parte di Mario Spezi, David Cannella, l'avvocato Filastò, il gruppo che ha presentato presso la Procura di Genova, competente sui magistrati di Firenze, istanza per l'abbattimento della sentenza definitiva a carico di Lotti, Vanni, e Pacciani! Addirittura Pino Rinaldi mi ha mostrato alcuni atti, tra i quali la deposizione di una testimone che ha recentemente dichiarato di essere stata costretta dagli inquirenti fiorentini ad indicare una data falsa capace di incastrare Pacciani, in quanto costui, se la teste avesse detto il vero, per quella data Pacciani aveva un alibi di ferro. 
Se qualcuno pensa di potermi smentire, lo faccia pure, e così si chiarirà una volta per tutte quanto deve essere chiarito. Ieri sera poi si è toccato il fondo. «Chi l'ha visto» ha mandato in onda lo scoop dei secolo! In pratica, Pino Rinaldi, che pare si sia innamorato di Perugia, avrebbe scoperto che magistrati, polizia giudiziaria, squadra mobile, carabinieri, testimoni, parti lese e indagati compresi, tutti, nessuno escluso, hanno mentito falsificato le indagini, affossato e inquinato le prove, addirittura riesumato un cadavere dopo vent'anni, e nessuno, mai nessuno si è accorto che i potenti usurai quando sì riferivano alla morte del modico perugino, non pensavano a Francesco Narducci, ma ad un altro medico, Giampiero Puletti, che si sparò un colpo alla tempia nel 1995, perché strozzato dal gioco d'azzardo.
Come dire al dottor Mignini, ma anche al dottor Canessa, all'amico Giuttari, e a tutte le altre divise e barbe, vere o finte: «Ma chi v'ha dato la patente?».
Domanda superflua, «Il Mostro di Firenze!»

Gabriella Pasquali Carlizzi

 
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