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«Mostro di Firenze»: la svolta «esoterica». Offerte miliardarie, minacce di morte, consigli massonici, violenza di Giuttari: sbattei la porta e me ne andai piangendo dalla questura di Firenze…
30 aprile 2004 – Esclusiva per Disinformazione.it

Approfitto del ponte del primo maggio, per raccontare a quanti mi leggono e mi sostengono, una delle pagine più dolorose di questa inchiesta, ma non la più dolorosa, dovendo comunque procedere con ordine.
Questo capitolo perciò sarà molto lungo, e spero che le mie parole vi accompagnino fino a lunedì, facendovi riflettere sulla forza che richiede il ruolo di "testimone", quando dopo aver trovato il coraggio di dire quanto porrà a rischio la sua stessa vita e quella dei suoi figli, deve pure subire la violenza e le volgarità di quello stesso Stato che tratta i delinquenti con i guanti bianchi, e offende
chi contribuisce senza nulla chiedere, al recupero della verità. 
Attenti però, guai a cadere nella trappola della demotivazione, anzi sono quelli i momenti in cui il cittadino deve appropriarsi di quello che la stessa Costituzione Italiana gli conferisce, ed imporsi, con tenacia, determinazione, fino a portare a termine il proprio mandato di onestà.
Le proteste non servono, né è utile rispondere alle provocazioni. 
Non è all'uomo che dobbiamo rendere conto, ma alle ragioni superiori, siano esse religiose o laiche,  che fanno di ognuno di noi uno strumento prezioso per la società in cui desidereremmo vivere.
Coloro che rappresentano lo Stato sono uomini, e come tali esposti alle fragilità della vita di tutti i giorni. Il comportamento di qualche divisa, o di qualunque autorità, non ci esonera dai doveri che sono i soli a garantire i nostri diritti, primo fra tutti conoscere la verità,  là dove tanto sangue è stato versato.
Vi capiterà sicuramente di non trovare ascolto, o addirittura di essere considerati scomodi proprio dove si legge: "Siamo al servizio del cittadino": sorvolate, ignorate, ricordatevi che siamo i legittimi
proprietari di ogni luogo, di ogni sede, di ogni struttura che esista in funzione dello Stato, che siamo tutti noi.
E sulla base di questi miei principi ben radicati in me, pur immaginando cosa sarebbe accaduto, mi decisi di dare all'inchiesta quella svolta che si rivelò "clamorosa".

Sapevo fin troppo bene che affrontare la pagina esoterica avrebbe scatenato le forze del male, e sapevo pure che si sarebbero manifestate proprio nei miei interlocutori "istituzionali".
Perciò intesi avvertire preventivamente il dottor Giuttari, e il 21 maggio del 2001 gli inviai una lettera raccomandata. 
"Illustrissimo dottor Giuttari,
come concordato evito di usare il fax o il telefono, preferendo comunicare con lei in questo modo.
Posso confermarle che per quanto serve alle sue indagini sulla vicenda "mostro di Firenze", sui delitti attribuiti al "mostro", nonché sui mandanti e i loro obiettivi, dispongo praticamente ormai di tutto, o quasi, a meno forse del coraggio necessario, che va e viene tra momenti di grande determinazione e momenti di paura: paura di non essere sufficientemente e seriamente ascoltata, paura di vendette umane e anche "magiche" che possano recare del male ai miei figli, incapaci di difendersi da certe realtà.
Io non so fino a quale punto lei si sia veramente inoltrato nel devastante mondo della magia nera, credo che le sue indagini l'abbiano piuttosto condotta sulle soglie di questa realtà, ma ora è giunto il momento di superare le soglie e di entrare nell'impero dei mostri e dei potenti.
Ed ho anche paura, che lei lo creda o no, di farle del male solo parlandole di certe brutte, orrende cose, un male dal quale ci si può difendere solo attraverso la Fede nel Signore e l'aiuto nella sincera preghiera.
D'altra parte io ho deciso: voglio svelare il mistero di quei delitti e di tanti altri, anche se ciò dovesse costarmi la vita……..Questi criminali si avvalgono di armi con le quali riescono a procurare la morte, spesso senza nemmeno spostarsi dai loro Templi.
Proprio in questi giorni si stanno concretando "strani" delitti, in momenti e territori strategici, che pare abbiano come movente il raptus della follia, e forse da qui al giorno 3 (giugno) ce ne saranno altri: si cerca di esorcizzare la paura di essere individuati nella vera "setta" di cui fanno parte, e di subirne le conseguenze, dunque servono vittime apparentemente scollegate dai fatti di cui stiamo trattando, ma che costituiscono nuove offerte a Satana……".

IL 3 GIUGNO 2001 FU RITROVATA UCCISA SERENA MOLLICONE DI ARCE!!!
E su questo delitto, anche se il dottor Bui, Capo della UACV,  si è fin troppo arrabbiato con me, usando peraltro toni sconvenienti alla divisa che porta, e sgradevoli verso una donna, il mio personale convincimento resta quello iniziale e per il quale inizialmente l'indagine portava ad un quadro indiziario, a mio avviso meritevole di approfondimento.
Mi ritengo altresì libera di esprimere il mio parere a riguardo, così come è consentito ad altri "esperti", giallisti compresi, né credo che l'attuale imputato sia coinvolto nel delitto, piuttosto penso che sappia e tema di dire dove andava Serena il giorno che sparì, e se così fosse, sarebbe anche comprensibile una strategia difensiva rigorosamente limitata a difendere se stesso.
In questo caso, non sarebbe creduto, né può sapere che le prove di cui lui non dispone potrebbero averle altri, i quali le faranno valere quando non si correrà il rischio che siano vanificate.
Se le convinzioni degli Investigatori e della Pubblica Accusa meritano rispetto, è anche vero che non rappresentano anticipatamente una sentenza, né tantomento una sentenza definitiva, e i tempi sono ancora molto lunghi. Il "mostro di Firenze" ce lo insegna!
(Chiudo la parentesi del delitto di Arce, sul quale tornerò nei prossimi giorni, mettendo a disposizione dei lettori, ciò che ricavai dalla mia ricerca)

Era il 30 maggio del 2001.
Arrivai a Firenze con la mia collaboratrice, Elisa, e ci dirigemmo in Questura senza nemmeno passare in albergo per lasciare i bagagli.
Ero pensierosa, e sentivo che mi sarei trovata di fronte ad una situazione difficile, tuttavia avevo fatto la mia scelta, e nessuno mi avrebbe più fermato.
A Roma, la mia famiglia era preoccupata, percepivano, mio marito e i miei figli, che c'era qualcosa che nascondevo.
Effettivamente da alcuni giorni mi sentivo pedinata, per tre volte di seguito mi ero ritrovata la stessa moto di grossa cilindrata che si affiancava alla mia auto, quasi a volermi buttare fuori strada.
Ricevevo continue minacce telefoniche, volgari, con un dialetto siciliano simulato:
"Te le facciamo pagare, hai toccato uno di noi, ora pagherai, tr…a", un appellativo disgustoso, e tanto disgusto provai quando pochi mesi fa, leggendo "Scarabeo" il libro di Giuttari, mi accorsi che citando il nome "Gabriella" l'aveva definita una t…ia, e fu l'unico caso che preferii considerare quel libro un "romanzo", anche se con tanti nomi a disposizione della fantasia,  avrebbe potuto trovarne uno più vicino alla realtà….!
E non erano solo le minacce in quei giorni a riempire le mie giornate, c'era anche qualche "tentazione", in cui però non caddi, e questa volta con il dissenso dei miei figli, che ancora me lo rinfacciano.
Arrivarono infatti le offerte in denaro, cifre da capogiro, purchè mollassi l'inchiesta e accettassi la proposta di un Gruppo Editoriale americano, di "romanzare" la verità sul "Mostro" e nel giro di venti giorni sarei diventata la "scoperta letteraria" sulla vetrina del mondo.
E invece, mi preparavo a dire ai miei figli che non potevamo permetterci le vacanze, perché i costi della mia indagine erano troppo elevati, e qualche volta diventava un problema anche pagare l'affitto di casa.
Per quello che accadde in seguito, ancor oggi fanno fatica i miei figli a credere nei valori dello Stato, eppure quando li osservo, non posso che convincermi che un dono così il Signore me lo ha dato, per quello che sto facendo per la società.

Quel  giorno Giuttari era incazzato nero, non guardava in faccia nessuno, e a salutarmi fece proprio uno sforzo.
Solitamente arrivava sempre taciturno, schivo, distaccato, con quell'accidenti di sigaro in cui sembrava dovesse trovare sicurezza, poi però dopo un po’, quando ci si addentrava nel "suo mostro"
riusciva anche a sorridere, a rianimarsi, ed io dicevo dentro di me: "Anche questa volta l'esorcismo è riuscito…".
Entrammo nella sua stanza, e mentre io poggiavo a terra due valigie di documenti, Giuttari prese le sue carte dalla scrivania e se le dispose sul tavolo delle riunioni, si sedette e cominciò a firmare o smistare, come uno di quegli impegati alla "Fantozzi".
Era dietro di me, che intanto aspettavo di iniziare la deposizione.
"Per Grazia Ricevuta",  riuscì a dirmi: "Ora viene Vinci, il verbale lo fa con lui, io ho da fare."
Replicai: "Ma come, dottore, lei sa che oggi è il verbale più importante, le devo riferire l'identità dell'organizzazione esoterica, se me lo avesse detto nemmeno mi sarei mossa da Roma."
E lui: "Faccia come vuole. Io ho da fare, resto nella stanza, ma il verbale lo fa Vinci."
Dovetti abbozzare, ma il mio entusiasmo era crollato.
Mentre Vinci procedeva al computer per le formalità di rito, pensai di fare una trappola a Giuttari, del quale conoscevo bene l'orgoglio del siciliano.
Cominciai a parlare, usando un linguaggio difficile, sofisticato, che richiedeva competenza specifica in una materia molto complessa e che per la prima volta compariva negli ambienti giudiziari.
Vinci trovava difficoltà a sintetizzare, ed io alzavo il tiro, accorgendomi che alcuni vocaboli non li conosceva proprio.
Giuttari fremeva, intervenne un paio di volte, aiutando il poliziotto, ma poco dopo, stimolato nell'orgoglio del "sapere",  si alzò e rivolto a Vinci:
" Vai, vai, ci penso io qua… che altrimenti finiamo domani…..".
Trappola più che riuscita, dissi tra me trattenendo a stento una risata, e la situazione sembrò raddrizzarsi.

Riferii dell'interesse degli Americani, e delle conclusioni cui ero giunta per spiegare quale anello di congiunzione ci fosse tra l'America e il "Mostro di Firenze", e dissi anche che per capire meglio alcune situazioni internazionali mi ero messa in contatto con un Venerabile Gran Maestro della Massoneria Ufficiale che già dal 1995 avendo apprezzato le mie lotte per la Giustizia, ebbe a propormi di rivalutare i principi della Massoneria non deviata attraverso articoli che, a suo dire, solo io ero in grado di scrivere in modo equilibrato.
Spiegai a Giuttari che io, pur ritenendo il Gran Maestro una persona perbene, non mi sarei mai vincolata ad alcuna realtà che limitasse le mie scelte giornaliere, quali che fossero.  
E, dico oggi, quali che saranno.
Documentai in modo incontestabile circa la tradizione satanista della famiglia Busch, fino a dimostrare che sia per l'Italia che per l'America, l'Ordine della Rosa Rossa e della Croce d'Oro Indipendente e Rettificato, era la realtà esoterica capace di condizionare e influenzare la politica, l'economia, l'informazione, le strategie belliche comprese le "finte" missioni di pace, la salute del corpo e della mente mediante l'esoterismo terapeutico e l'alchimia, insomma portai in evidenza che i vincoli tra il nostro Paese e l'America avevano una origine esoterica riconducibile all'immediato dopoguerra.
E così anche per i Paesi dell'Est, e per le frange eversive della sinistra italiana. 
Pochi lo sanno ma anche le Brigate Rosse crearono al loro interno un settore esoterico.
Risulta infatti che Paolo Fogagnolo, nato nel 1959, è passato attraverso un'esperienza nella colonna milanese "Lo Muscio" delle Brigate Rosse. Costui nel 1981 imboccò la strada dell'esoterismo, approfondendo tale interesse, nato del resto già durante la militanza nelle Brigate Rosse e condiviso da molti altri Brigatisti. Fogagnolo fondò il gruppo esoterico, denominato "Prometeo-Agape" il cui motto era "Amore - Luce - Libertà", la cui branca editoriale Agape ha pubblicato i testi segreti "Osiridei". Questo Gruppo ritiene che alcune delle dottrine e delle pratiche alchemiche, passate anche attraverso la tradizione miriamica, non siano prive di validità.
Sostenuti dalla Fraternitas Rosicruciana Antiqua, si interessano di operatività alchemica, teurgia e medicina spagirica.

E ricorderete che nell'ambito dell'analisi dei sette duplici delitti attribuiti al "Mostro di Firenze", ho spiegato che nei delitti che hanno richiesto l'asportazione del feticcio, tale esigenza era riconducibile alla domanda del committente, con finalità terapeutica.
E non si dimentichi nemmeno che Firenze è stata e continua ad essere la città con maggiore presenza di Brigatisti a livelli dirigenziali.
Durante gli anni in cui il "Mostro" uccideva a Firenze, nello stesso capoluogo si riuniva l'esecutivo delle Brigate Rosse, addirittura durante la "prigionia dell'onorevole Aldo Moro.
Fu un vero peccato che la Procura di Firenze fu stranamente "privata" della competenza delle indagini sulle BR, essendo emigrate alcune informative a Milano, poiché sarebbe stato possibile trovare quanto forse all'epoca avrebbe interrotto l'attività del "Mostro".
Ma torniamo al 30 maggio del 2001, e alla sofferta deposizione davanti a Giuttari.
Ripercorsi, passo dopo passo, la successione di circostanze che mi capitarono e che tutte recavano impresso il sigillo della "Rosa Rossa".
E la prima fu proprio l'incontro con quella donna, tale Anna Maria Ragni, che nel 1995 denunciò Alberto Bevilacqua.
Sul numero del 24 marzo '95 del settimanale "Visto", nel corso di un'intervista rilasciata al giornalista Giangavino Sulas, raccontando la sua esperienza, la Ragni dichiarò: "…Un giorno senza avvertirlo, sono andata a casa e gli ho lasciato una rosa rossa e un biglietto nel quale avevo scritto: <Guarda che ho capito tutto. Voglio aiutarti>. Poi gli ho telefonato e lui si è messo ad urlare:
<Queste sono cose molto pericolose. Io fuggo non mi troverete più. Devi lasciarmi in pace…>.
Aveva ragione Alberto Bevilacqua, queste cose, la "Rosa Rossa", sono veramente pericolose, e se un adepto per errore induce un sospetto, Lucarelli direbbe: "Lui è già morto, ma non lo sa".
Giuttari pareva rendersi conto di essere ad un punto cruciale della sua inchiesta, la mia ricostruzione quadrava, e quando arrivai ai delitti, spiegandoli uno ad uno, così come mi aveva illustrato il Gran Maestro, e in modo totalmente differente dalla lettura che illustri criminologi avevano fatto, non resistette e sbottò: voleva sapere il nome di chi, tutto sommato stava dando un consistente contributo all'inchiesta.
Il clima divenne nuovamente teso, e d'altra parte quel nome non ero autorizzata a farlo, temevo che si verificassero nuovamente episodi,  come era già accaduto, tali da zittire i testimoni piuttosto che metterli a proprio agio, nell'interesse della verità.

Le informazioni che ricevevo e di cui mi facevo carico firmando i verbali, dovevano bastare per le necessarie verifiche, riservandomi in caso di contestazione di citare io stessa il teste.
Ma sapevo fin troppo bene che ciò che verbalizzavo era la verità, così come sapevo che quella stessa verità era ancora lì, nel Tempio, a San Casciano Val di Pesa.
Ce lo ha dimostrato qualche settimana fa Maurizio Costanzo, durante il suo show, ospite Michele Giuttari, quando le due redattrici hanno raccontato la loro "trappola" recente a Villa Verde, ed è stato esposto e commentato come "agghiacciante", proprio l'affresco la cui foto da due anni è sulla copertina del mio libro!
Che pena, vedere Giuttari stupito mentre lo guardava e diceva al conduttore che invece appariva fiero dell'Opera,  come il padrone di un castello che mostra il quadro più prezioso ereditato: "Ma lo sa Costanzo che non ci avevo fatto caso, me ne accorgo solo adesso…".
E poi dicono che gli esoteristi sono tutti truffatori, magari, se così fosse non assisteremmo a certi rituali da fare invidia a Casella, Otelma, e al fu Gustavo Rol!
Tornai in albergo in tarda serata, e sulla scrivania, l'invito ad una mostra di pittura, un cartoncino lucido, e la riproduzione di una mano con le linee esoteriche tracciate, una pistola, un pugnale e una grande rosa rossa!
Ero a pezzi e molto turbata, ma non potevo fermarmi, ormai avevo svelato l'identità della "setta".
Il giorno dopo, tornai da Giuttari per proseguire il verbale.
Mentre stavo per sedermi, mi bloccò, e con le spalle girate verso di me disse: "Allora, può dire a 'stu Gran Maestro, che mi fissi un appuntamento dove vuole lui, e quando vuole lui, e lo incontrerò, io e lui da soli. O lei ottiene questo, oppure, si ricordi, che io per il futuro non voglio più vederla e lei il mio nome non lo deve nemmeno pronunciare! Ha capito? Ora se ne può andare!"

Il 3 giugno 2001, la mia collaboratrice Elisa, gli spedì una raccomandata.
"Egregio dottor Giuttari,
in verità avrei dovuto scriverle la sera stessa che con Gabriella siamo rientrate a Roma, ma ho preferito parlare anche con M.D. di quanto io stessa ho assistito circa gli incontri presso il suo ufficio il 30 e il 31 maggio.
Mi creda, quando giovedì mattina, dopo che Gabriella era entrata nella sua stanza, ho sentito da fuori la porta che lei, in pratica, aveva deciso che come successiva "tappa", o Gabriella le avrebbe procurato un incontro con il personaggio oppure lei non la avrebbe nemmeno più ascoltata, in quel momento, dottor Giuttari, io che conosco la sensibilità di Gabriella, ho provato un grande dolore.
In verità già dalla mattina prima, tornando in albergo per la pausa del pranzo, ho chiesto a Gabriella cosa avesse, perché la vedevo turbata e lei mi ha risposto: "Il clima è cambiato, Giuttari non è più lo stesso, mi ha fatto deporre davanti a Vinci ed io davanti a Vinci non posso dire tutto".
Poi la sera tardi, anche se stanca era più serena, ma mi aveva detto che la mattina dopo intendeva continuare la deposizione e rileggere tutto perché temeva di essersi sentita condizionata dalla presenza del dottor Vinci, col quale da tempo lei si sente a disagio.
Poi all'improvviso, giovedì l'ho vista uscire dalla sua stanza e scoppiare a piangere in ascensore, e così ha continuato per tutto il viaggio, e ancora oggi continua a stare nelle stesse condizioni.
Io e M. siamo costernate, eppure lei nemmeno immagina da chi e da che cosa Gabriella sta difendendo lei, il suo ufficio e il suo operato.
Dottor Giuttari, a cosa dobbiamo questo cambiamento?
Lei sa che noi non abbiamo timore di confrontarci con tutti quelli che compaiono nelle nostre deposizioni, ma se Gabriella è rimasta così ferita, sicuramente un motivo c'è e questo motivo ha il solo fine di creare ancora una volta un distacco tra lei e Gabriella, perché ella taccia sulla verità che conosce.
In fondo quello che è successo nel '95 ce lo dimostra, dobbiamo pensare che la storia si ripete, oppure lei si è arrabbiato perché a tutti i costi vuole conoscere il  nome del Gran Maestro?

Gabriella ha raccontato a questo personaggio della sua disponibilità ad un incontro riservato, e le è stato risposto: " Signora è davvero così ingenua, oppure non si accorge delle provocazioni o addirittura delle trappole?  Lei crede davvero che una persona come il dottor Giuttari, che già è stato massacrato, si esponga al punto di farsi sorprendere con me?"
A pensarci bene dottor Giuttari, questa osservazione potrebbe anche essere vera, e allora il tutto può significare una mancata fiducia nei confronti di Gabriella? O che altro? O addirittura il tentativo di esporre ingiustamente un personaggio tanto autorevole che sta tutelando l'indagine, facendola rimanere nelle vostre mani? E se questo personaggio, dottor Giuttari, che ci frequenta da anni, e stima Gabriella aiutandola nel suo intento di mantenere i rapporti solo con voi, si allarmasse di quanto è accaduto e che sta facendo tanto soffrire Gabriella?
Anche io le confesso, che quando ho dovuto deporre con il dottor Vinci, per circostanze che lei forse non conosce, non mi sono sentita troppo a mio agio, e se le sto dicendo questo è perché lei capisca anche che Gabriella, probabilmente ha delle ragioni che meriterebbero un chiarimento.
Ma non è di questo che io voglio parlarle, piuttosto le manifesto anche il mio personale turbamento, perché se Gabriella ha reagito così, evidentemente la ritrovata serenità ancora una volta è stata disturbata.
Spero dottor Giuttari che tutto questo non ottenga lo scopo di vanificare quella tanto difficile verità che si va cercando e alla quale io sono convinta che un grande contributo lo abbia dato proprio Gabriella.
Basti ricordarci di Villa Verde, e di quello che Gabriella pubblicò già nel '95.
Certo è che il 30 ci siamo recati da lei ed io sono testimone che Gabriella era veramente decisa a dire tutto, dopo dieci giorni di profonda riflessione interiore, essendosi convinta a fare questo passo anche con l'approvazione del suo direttore spirituale. E certo è che il 30 non c'è riuscita.

La mattina del 31, dopo avere riparlato con quel personaggio, ci siamo nuovamente recate da lei e Gabriella era pronta a fermarsi anche fino al giorno successivo, perché decisa a vuotare il sacco. Mentre entrava nella sua stanza e mi chiedeva di guardare la macchina perché posteggiata in zona di divieto, lei la interrompeva dicendo:"Non è necessario, tanto facciamo subito",. E così era ben chiaro che lei, dottor Giuttari, riteneva conclusa una deposizione che per quello che ha da dire Gabriella, non è ancora cominciata.
Io e M. siamo molto preoccupate di questa situazione, anche perché da Roma, i riflettori di chi intende sviare la verità, sono bene accesi, e tra pochi giorni le nuove situazioni politiche ed istituzionali potrebbero vedere assai male il buon fine di questa inchiesta.
Noi ci auguriamo di rivedere la serenità sul volto di Gabriella che per ora sta concludendo il suo libro, proprio per mettere in salvo con una pubblicazione quanto potrebbe non avere mai il suo corso naturale attraverso la giustizia.
Ho letto insieme a M. l'ultima lettera che Gabriella le ha inviato, e ci auguriamo che riprenda ad informarla come sempre ha fatto in questi ultimi due mesi, di tutto ciò che a voi Inquirenti sarà assai utile conoscere.
Per ora è chiusa in se stessa, mantiene i contatti ad altissimo livello, ma forse teme, nell'informarla, di recarle disturbo.
Per favore faccia qualcosa per sbloccarla, e per chiarire quello che ci auguriamo, sia stato solo un equivoco o un momento di stanchezza.
Cordiali saluti.
                                                                           E. A. "

Allora non immaginavo che il peggio ancora doveva arrivare.
Quello che con l'animo sereno, in ordine a questo episodio posso osservare,  è che quando a Perugia esplose il "caso Narducci", mi si ripropose una situazione analoga con riferimento al Gran Maestro, e si verificarono fatti che ancor oggi mi inquietano, fatti che mi inducono a pensare che qualcuno sia obbligato o abbia scelto liberamente, di non coinvolgere la Massoneria, o non possa farlo per ragioni che per me diventano sempre più chiare.
Dopo una trasmissione televisiva cui partecipai a Perugia, fui contattata da una persona, "esperto di studi massonici".
Compresi immediatamente e documentalmente l'enorme contributo che costui era in grado di fornire agli Inquirenti.
Naturalmente anche in questo caso, si posero dei problemi relativamente a criteri di "opportunità", specifici per il personaggio, criteri che nell'interesse della Giustizia, il Magistrato, dottor Mignini, trovò il modo di rispettare pur senza ledere minimamente le proprie funzioni istituzionali.
Tutto andò bene fino al giorno in cui il testimone fu chiamato a deporre, e in quell'occasione conobbe l'intero gruppo investigativo, essendo state formalmente collegate le due Procure, quella di Firenze e quella di Perugia. 
A tarda sera venni a sapere che in una redazione di un quotidiano, a Firenze, stavano battendo il pezzo relativo all'interrogatorio del testimone, e conoscevano anche come lui era solito farsi chiamare.
Ero fuori di me, telefonai al mio collega a Firenze, intendevo pregarlo di soprassedere, anche perché non volevo che il personaggio sospettasse che la notizia era partita da me.
"Ahmed Farah" non attese nemmeno che io cominciassi a parlare: " Gabriella, hai fatto male a chiamare, almeno non ci sarebbero stati dubbi……."
Il giorno dopo, commentammo il fatto con il testimone, il quale oltre che urtato mi riferì di essere rimasto stupito di un certo disinteressamento da parte di qualcuno, al quale nel salutarli tutti, quando per ultimo gli strinse la mano, disse: "Dottore, ho notato che lei non mi ha fatto nemmeno una domanda!"
E qualche mese fa, purtroppo si verificò un altro fatto, ancora più inquietante.
Due quotidiani, pubblicarono per intero e virgolettati i verbali di interrogatorio, i più delicati e con tanto di nomi e cognomi.
Tra questi c'erano solo quelli di Perugia, e naturalmente il personaggio di cui sopra, al quale è stata rovinata la vita e la pace familiare.
Ancora più strano il fatto che il giornalista che la sera prima dello scoop, meglio chiamarlo "attentato", mi disse di avere in mano la copia di tutti i verbali e di trovarsi a Firenze.
L'ordine c'era stato: "bruciare" i testimoni portati da Gabriella Carlizzi, specialmente quelli credibili, ed esperti in "studi massonici"!!!!
D'altra parte, per come sono fatta io, in una inchiesta di questo genere, in cui si sospetta di "nomi eccellenti ", non mi sarei mai permessa di indicare testimoni scelti nel mondo dei guardoni e delle prostitute!

                                                                   Gabriella Pasquali Carlizzi  

 
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