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- Inchiesta "Mostro di Firenze"
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In esclusiva per i lettori di Disinformazione.it, abbiamo intervistato la d.ssa Gabriella Carlizzi, testimone-chiave sul caso "Mostro di Firenze"

«Mostro di Firenze, San Casciano Val di Pesa; 
un paese di mostri e di omertà»?
4 aprile 2004 - esclusiva per Disinformazione.it

Abbiamo letto ieri sul quotidiano «La Nazione», la lettera che il Sindaco di San Casciano Val di Pesa ha inviato alla Procura di Firenze, raccomandando discrezione e civiltà nei confronti delle persone residenti in quel Comune, recentemente indagati come «mostri», e i cui nomi sono stati sbattuti in prima pagina, senza nessun ritegno per la dignità umana, e senza nemmeno la prudenza nel non estendere agli organi della stampa notizie che rischiano di dimostrare per l'ennesima volta l'errore giudiziario, sempre che di errore si tratti. La lettera dei Sindaco si riferiva anche alle accuse di omertà rivolte di recente dall'investigatore dottor Michele Giuttari, e da egli stesso espresso più volte in corso di trasmissioni televisive, nelle fasce orarie di massimo ascolto, durante i telegiornali nazionali.
In verità il Comune di San Casciano aveva annunciato azioni più incisive di una lettera, ma successivamente, i toni sono stati ammorbiditi, forse per quietovivere o pareri discordanti tra i componenti della Giunta Comunale.
Ma cerchiamo di fare un po' di chiarezza ripercorrendo le vicende che hanno acceso i riflettori su questo paese, che ebbe ad ospitare Niccolò Machiavelli, divenendo così erede della memoria storica di una colonna della letteratura del Cinquecento.
Innanzitutto è doveroso porre una domanda: chi sono i presunti «mostri» di San Casciano Val di Pesa?
Stando alle sentenze già definitive, ma di cui si è chiesta la revisione, i «mostri» sarebbero stati individuati nei cosiddetti «compagni di merende», e cioè Pacciani, Lotti, Vanni.
E certo non ce la sentiamo proprio di prendere in considerazione, coloro che attualmente risultano indagati, persone di livello superiore alla cosiddetta manovalanza, e sospettati come mandanti.
Sospetto che diviene sentenza nel serpeggiare dei sottovoce di una comunità fin troppo provata nel pudore, e nel rispetto delle proprie consuetudini, così diverse da quelle che sembrerebbero essere marchiate dal DNA della mostruosità più efferata.
Gabriella Carlizzi, testimone già dal 2001, risponde in esclusiva per noi alle tante domande che i visitatori del nostro sito, dopo aver lotto i precedenti articoli della scrittrice, ci hanno rivolto.

D. Signora Carlizzi, quanto lei sta rivelando ha destato l'interesse di molti. Lei è d'accordo sull'iniziativa del Sindaco di San Casciano, Pietro Roselli, che sembra prendere le difese dei suoi concittadini?
R. Sono d'accordo ma temo che non sia sufficiente una semplice lettera. Per me che sono entrata in questa vicenda fin dal 1995, mi creda, ne ho viste talmente tante che posso affermare in tutta la sua gravità, quanto sia difficile cancellare l'onta del mostro in chi come tale è stato semplicemente sospettato.

D. Ma lei, crede o no alle sentenze che hanno visto condannare in via definitiva i «compagni di merende»?
R. Le sentenze vanno rispettate, ma è opportuno ribadire che nelle aule di tribunale l'obiettivo da raggiungere è la verità processuale, non quella oggettiva.

D. Ci spieghi meglio.
R. I processi si fanno sulle carte, e i Giudici non possono straripare da quanto l'attuale ordinamento giudiziario consente. E' possibile che ciò che costituisce la verità processuale, coincida con la verità oggettiva, e questi sono i casi più fortunati, benché rari, ma che dimostrano l'esistenza della certezza del diritto. Spesso capita, che la verità processuale la si raggiunga mediante atti, testimonianze indagini, non rispondenti al vero, o espletate in modo non corretto, e in questi casi le conseguenze sono quelle di vedere, assolvere i colpevoli e condannare gli innocenti.

D. L'inchiesta «Mostro», al punto in cui è, secondo lei e secondo quello che lei sa come testimone, presenta errori tanto gravi?
R. Si. Ho sempre dichiarato anche a verbale che Pacciani non era estraneo alla vicenda in quanto conosceva chi fosse il vero mostro e i suoi complici. Anzi penso che il suo silenzio se lo sia fatto ben pagare in soldoni, prima ancora della sentenza che lo assolse da quattordici ergastoli in meno di un'ora.

D. Poi però fu nuovamente richiamato in causa?
R. Si, in concorso con Lotti e Vanni, appunto i compagni di merende.

D. Pacciani però non arrivò al processo?
R, No. Infatti fu ucciso perché nonostante il suo silenzio mercenario, per difendersi avrebbe potuto solo dire quello che sapeva, che aveva visto, direttamente e nella videocassetta.

D. Quale videocassetta? E' la prima volta che ne sentiamo parlare.
R. Diciamo di si, anche se il sospetto dell'esistenza del video risale addirittura al tempo in cui fu arrestato Enzo Spalletti, in quanto costui aveva raccontato per filo e per segno la dinamica di uno dei duplici delitti, prima ancora che si scoprisse e che se ne parlasse sui giornali. Pensarono che fosse lui il mostro, fino a quando non ci fu un altro delitto che certo non poteva aver commesso perché recluso, e che lo scagionò. Dunque quello che descrisse, poteva averlo visto solo in un video.

R. Si, ma gli Inquirenti poi, lo trovarono o no questo video? O che fine fece?
R. Ufficialmente il video non esiste, ma presumo che passò di mano, e il custode ne divenne Pacciani.  Anzi, la misteriosa signora che si intrufolò nella casa, e rimase una notte intera con la moglie di Pacciani, frugando dappertutto, cercava proprio il video!

D. Si riferisce alla vedova del ginecologo, il professore Zucconi, anche lei indagata?
R. No, gli Inquirenti si riferiscono a lei, ma io no, so chi era la signora con tanto di parrucca, e sicuramente la signora Zucconi sarà assolta, così come credo che saranno assolti il Farmacista Calamandrei,  Achille Sertoli e l'Ortopedico Jacchia. Quest'ultimo  poi... Pensi sono stata operata da lui, quando lavorava con il professor Scaglietti, se lo immagina? «Il Mostro di Firenze, guarì la Carlizzi dalla poliomielite!». Già vedo i titoli dei giornali... E pensare che fu proprio così...

D. Come fa ad essere sicura che saranno assolti?
R. Vede, io ho curato questa inchiesta come una creatura, nei minimi particolari, ma quando vedo che gli Inquirenti sono convinti di una cosa, non posso contestarli. Durante il  dibattimento mi sarà più facile, senza turbare la Pubblica Accusa, portare in luce elementi che consentiranno di chiarire quanto meriterà di essere meglio approfondito. Vede si può essere perversi, inclini a consuetudini offensive per la morale, o pregiudicati per reati di molestie sessuali, ma il «Mostro» è un'altra cosa. Anzi, saranno proprio questi aspetti eventuali a favorire gli indagati.

D. In che senso?
R. Ammettiamo che questi professionisti rientrino in un quadro con caratteristiche pornografiche o perverse, ebbene sotto un profilo della personalità verrebbero definiti soggetti fragili, pavidi, insicuri, complessati, cioè il contrario dei presupposti indispensabili per la tipologia dei delitti del «Mostro», mi sono spiegata?

D. Torniamo alla videocassetta: quando Pacciani si arrabbiò con la moglie che aveva risposto alle domande degli Inquirenti, e si preoccupava di nascondere qualcosa, si riferiva alla pistola o al video?
R. Come sa lei di questo episodio?

D. E' il servizio mandato in onda da Lucarelli, lei non lo ha visto?
R. Piuttosto l'ho sezionato, nel senso che ho cercato di capire il «messaggio» di quel servizio, attraverso il montaggio di alcune immagini. E comunque Pacciani si preoccupava proprio del video, anche perché la pistola usata per quei delitti doveva essere custodita da un capo della «setta».

D. Ma scusi, in quel servizio, il capo della SAM, Ruggero Perugini, lanciò un appello al «mostro», ed era convinto che fosse Pacciani...
R. Innanzitutto non attribuisca al dottor Perugini ciò che non ha detto, cioè non ha pronunciato il nome di Pacciani. Perugini con Pacciani avrebbe usato un linguaggio più comprensibile per un contadino di quella tacca, che certo non era esperto di psicologia e problematiche dell'inconscio, non le pare? Vede, il rapporto tra Pacciani e il vero «mostro» è come il rapporto tra il famoso bossolo trovato nell'orto di Pacciani, e la pistola mai trovata, capisce?

D. Dunque, possiamo dire che Pacciani non uccideva, ma sapeva?
R. Esattamente, e per questo fu ucciso.

D. Ma allora perché Lotti lo chiamò in causa?
R. Per dimostrare che i cittadini di San Casciano non sono omertosi! A parte le battute, Lotti poteva rientrare in quelle categorie di persone ipersensibili al «ruolo», in conseguenza di un vissuto carente nella funzione attiva della personalità e prevalente nella funzione passiva. La letteratura ci insegna in molti casi, il ricorso all'auto‑accusa, autolesionismo come rivalutazione del «se», specie quando il soggetto presenta anche devianze di tipo sessuale.

D. Mi sta dicendo che sulla credibilità di Lotti lei ha dei dubbi?
R. Personalmente non ho mai creduto alle sue dichiarazioni. Quando depose al processo, ero in aula, e mi bastò paragonare le sue parole contestualmente alla posizione dei piedi, delle mani, l'orientamento dello sguardo, per convincermi della dissociazione tra la coscienza indotta e la coscienza disorganizzata, una situazione tipica che si manifesta nei casi di controllo mentale.

D. E così lei esclude anche Lotti. Non ci resta che Vanni, l'unico ancora in vita, dei compagni di merende?
R. Su Vanni, in verità, avevano mosso gli occhi già il dottor Perugini e il Procuratore Vigna, ma evidentemente i sospetti iniziali si vanificarono, figuriamoci altrimenti se non lo avrebbero arrestato subito. Di parere diverso è stato poi il dottor Giuttari, d'altra parte si ora aggiunta la «confessione» di Lotti, che nell'accusare si era autoaccusato, come non credergli? Oggigiorno si trascura a mio avviso, troppo spesso il reato di autocalunnia, un reato purtroppo sempre più frequente e spesso strumentale quando a tutti i costi si deve trovare un colpevole e salvato il colpevole. L'unico elemento che durante la mia indagine mi avvicinò a Vanni, fu il fatto che la sua abitazione era nei pressi delle tipografie Stianti.

D. E che significa questo?
R. Per Vanni nulla, per le tipografie potrebbe significare molto.... ma sa che con tutte queste domande lei mi fa sentire come «un vaso spiantato»?

D. Ma si diverte a parlarmi in codice signora Carlizzi? In conclusione, tanto per tornare a San Casciano, a suo parere il paese con il «Mostro» non ha nulla in comune?
R. Se ci riferiamo ai cittadini, no, almeno questa è la mia convinzione. Purtroppo su quel paese misero le radici gente che avrebbero fatto meglio a restare ai Castelli Romani, anziché far rivivere rituali e insegnamenti lasciati da nobili antenati!

D. Mi scusi, ma c'è qualcosa che non mi é chiaro. Se gli Inquirenti sono sicuri della colpevolezza dei compagni di merenda, perché accusano di omertà un paese che ha collaborato, accusando e autoaccusandosi come nel caso di Lotti?
R. La sua domanda è da un milione di dollari! Innanzitutto va precisato che la parola «omertà» è stata pronunciata solo dal dottor Giuttari, il quale è siciliano e pertanto questa parola fa parte delle sue radici. Giuttari, questa parola non la scrive ma la usa parlando in televisione, dove purtroppo non appare la punteggiatura, e lei sa che basta una virgola, o un imperativo, per stravolgere il senso della frase! Se poi consideriamo l'acuta intelligenza di Giuttari, al quale non sarà sfuggito il fatto che se ha potuto incriminare i compagni di merenda è proprio grazie a cittadini tutt'altro che omertosi, dunque non resta che chiedersi, qual era il «messaggio criptico» che il superpoliziotto ha inviato mediante l'accusa dì omertà?

D. Forse si riferiva agli ultimi indagati, come se tutti sapessero e nessuno ha parlato fino ad ora?
R. Bene, allora prima degli altri, deve rivolgersi a se stesso, e a quanti altri, addetti ai lavori e presenti sul posto, ma soprattutto se stesso, dato che già nel 1998, proprio il Farmacista Calamandrei fu perquisito e sollevato da ogni presunzione di colpevolezza. E lei pensa che una persona già finita nel mirino della Giustizia è così sprovveduta da non far sparire ogni possibile traccia, o indizio? Tra l'altro sapendo che a causa di Villa Verde, la «Villa dei misteri», San Casciano era davvero sotto i riflettori... solo un idiota ci sarebbe cascato. E poiché il Farmacista non è un idiota, vuol dire che non ha nulla da nascondere. Bisogna stare attenti a non confondere il peccato con il reato! E poi guardi, nemmeno il «mostro» è uno sprovveduto, quei delitti denotano menti di elevato livello, come, poteva sentirsi sicuro a San Casciano Val di Pesa, luogo che anche al di là delle indagini ha visto sempre la presenza delle massime autorità, soprattutto della Giustizia. Pensi che a Villa Verde, anche dopo che si accertò quanto lo stesso Giuttari scrisse nel suo libro «Compagni di sangue», si sono svolti incontri, conferenze, pranzi, tra Magistrati, Procuratori, esponenti della DIA, Maestri Venerabili della Massoneria, figure che si sarebbero ben guardati dal frequentare i luoghi del «Mostro», a meno che...

D. A meno che...?
R. Nel libro di Harris, «Hannibal», il «Mostro» appare un raffinato ospite e un ottimo cuoco, e può anche darsi che a certi livelli, mostri e mostruosità possano sedersi intorno ad un'unica mensa, così come unico è un altare per sacerdoti o clerici, non siamo forse una società di «Fratelli»? 
Mi telefoni domani, le spiegherò altre cose, se le fa piacere!

 
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