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«Mostro di Firenze»: difensori delle vittime o avvocati del diavolo?
E se avessero massacrato o vostri figli?
Attenzione: il «mostro» imbavaglia i testimoni
12 aprile 2004 - esclusiva per Disinformazione.it

E' il giorno di Pasqua, dovrei pensare alla Resurrezione del Signore, eppure nel mio cuore c'è un senso di tristezza profonda, non riesco a cancellare dalla mia mente le parole chiare, tanto chiare al punto da divenire immagini, pronunciate col dolore ancora vivo, sanguinante, da un padre privato del figlio, un padre la cui vita fu stroncata dall'orrore…«c'era sangue dappertutto… quel forchettone infilzato nel collo, aveva preso l'arteria…», raccontava di quando lo trovò lì, massacrato dal «mostro», quel «mostro» figlio di un altro «mostro», a sua volta compagno di perversione di un collega «mostro» anche lui fratello di uno che si diceva essere addirittura, il «Mostro di Firenze». Erano stati profanati i sogni dell'adolescenza di ragazzi che non essendoci nient'altro da quelle parti, d'estate si ritrovavano al Bar, ragazzi di tutte le età, troppo soli, la cui fantasia andava oltre il terribile gioco delle parti, là dove la bramosia del sesso indicava il carnefice e la vittima, fino all'esecuzione estrema. 
Allo stesso modo, di come anni prima, dopo aver rubato le immagini dell'amore altrui, i padri dei giovani mostri, avevano ucciso, reciso, impossessandosi di quelle parti femminili dalle quali la natura sembrava averli esclusi.  Luciano ha trovato la forza di lottare, combattere, perché altri non vivano quanto lui ha patito, anche se fa trasparire la consapevolezza che questa verità è scomoda e sono in tanti ad ostacolarla, fino a rendere la vita impossibile a chi invece ha diritto di conoscerla, tutta e senza veli.
Ci eravamo sentiti per telefono qualche giorno fa: «Lei nemmeno immagina signora Carlizzi, ci sono cose che non ho mai detto, non me le hanno fatte dire, ma non posso parlare al telefono, dobbiamo vederci di persona, lei nemmeno immagina…». Capii subito che dovevo andare, e ci accordammo per mercoledì alle 15, 30 a casa sua.
Tardammo a causa di un incidente che provocò una deviazione, ci aspettava nei pressi Riccardo, il ragazzo che ci aveva messo in contatto, e così insieme a mio marito, giungemmo a destinazione.
Seduti intorno al tavolo di quella casa dove tutto era permeato di una storia ancora viva, viva come l'immagine di quel ragazzo che sembrava guardarci, ascoltare la sua stessa storia, lì dalla grande foto appesa al muro, davanti ai miei occhi.

Il telefono squillava in continuazione, erano i giornalisti che interpellavano Luciano su che idea si fosse fatto del delitto della piccola Maria Geusa, la bimba massacrata il giorno prima a San Giustino.
E così accade ogni volta che un episodio analogo riporta la memoria della gente ai delitti del «Mostro di Foligno», e lui, da padre si trova a rivivere una tragedia che ha cambiato la sua vita e quella di tanti altri.
Una specie di consulente del dolore, quando le cause si somigliano, e allora si diviene specialisti in quella materia di miseria umana, la «mostrologia». 
Il tempo gli è servito ad analizzare attimo per attimo la sua vicenda, ad estrarne tutte le contraddizioni, gli errori, le omissioni, molte, secondo lui volute, come se oltre Chiatti, prima e dopo, non si dovesse indagare, un veto per la gente, per le Forze dell'Ordine, per gli Inquirenti, per la stampa, eppure quante cose sembrano collegare i fatti ricondotti a Chiatti con quelli ricondotti al «Mostro di Firenze», ai tanti nomi che gli si sono avvicinati.  
Luciano sa, ed io lo rassicuro che farò in modo di interessare il Magistrato capace di andare fino in fondo. Mi viene spontaneo parlargli di lui come di un Magistrato la cui umanità e tenacia lo fanno apparire come un dono speciale in una Giustizia spesso carente. Un Magistrato che non si vergogna di dire che ha Fede in Dio, e nemmeno di ricordare di essere del segno dell'Ariete, a chi ha orecchie per intendere, ogni volta che qualcuno tenta di avvicinarsi impropriamente all'inchiesta di cui è titolare. Luciano mi ascolta e la sua fiducia cresce, sa che quanto può essere stato sottovalutato prima, può essere considerato ora, e così passano le ore intorno a quel tavolo, e un ricordo si unisce ad un altro, tanti particolari che visti sotto una diversa luce appaiono tasselli che si incastrano perfettamente in un unico mosaico. 
Lui è preoccupato per una ragazza di diciannove anni, una storia che ha preso a cuore come fosse sua figlia. Aveva soli sette anni, quando il «mostro-padre» cominciò ad abusare di lei. L'aveva consacrata a Satana e così la bimba diveniva parte integrante di messe nere, e rituali esoterici celebrati da un gruppo di demoni assatanati di perversione e di sangue innocente.

Quei volti, erano riemersi nella memoria di questa giovane, o forse non se ne erano mai andati, e così due anni fa cominciò a liberarsi degli incubi che forse non spariranno mai, dal suo mondo sommerso, ma che tuttavia consentiranno alla Giustizia di seguire il proprio corso. 
Il racconto di Luciano si fa serrato, e più va avanti e più ho l'impressione di entrare nell'orrido, aveva ragione a dirmi:«lei signora, nemmeno immagina…».
Indica i nomi dei posti dell'orrore, luoghi isolati, dove di bambini ne sono stati uccisi tanti, basterebbe scavare….e la sua giovane amica quei posti li ha indicati, perché lei fu costretta a vederli sacrificare quei corpicini. Mio marito, Riccardo ed io siamo sconvolti, effettivamente una storia così non ce l'aspettavamo, anche se Riccardo quell'incontro lo aveva voluto apposta e lui queste cose le sapeva già, quando mi disse: «Gabriella, lo devi incontrare, solo tu puoi mettere le mani in questa tragedia, tu sai come parlare al Magistrato di Perugia».
E' proprio lei, la ragazza ad aver riconosciuto Pacciani, ma anche altri, si fa riferimento a qualche medico, ad una cartomante (penso tra me che può essere la stessa che frequentava la povera Mara Calisti, massacrata nell'estate del '93), proprio come il figlio di Luciano, il 7/8/1993.
Non la dimenticherò mai quell'estate di sangue, quando la «Rosa Rossa» alzò il tiro, immolò vittime sacrificali allo scopo di ottenere protezione per un altro delitto di tre anni prima, che pareva finalmente vicino alla verità Evidentemente Satana si accontentò, perché ancor oggi il delitto di via Poma, del 7/8/1990 rimane nel mistero, e la povera Simonetta Cesaroni ancora aspetta Giustizia. 
A settembre del '93 mi invitò Maurizio Costanzo, il tema della trasmissione era proprio sui delitti dell'estate, oggi comprendo meglio il senso di quello strano invito, che per fortuna non fu accompagnato da un mazzo di rose rosse!
Luciano prepara il caffè, è un uomo forte e tra l'altro ha fondato un'Associazione la cui ragione sociale è tesa a sradicare questo male che uccide, in nome del peccato, in nome di Satana.
Gli mostro il «codice esoterico» decriptato dal delitto della bimba di San Giustino, ne rimane coinvolto, tanto che ne parla poi a un giornalista de «La Nazione», e il pezzo esce, e Luciano ha rispettato la mia richiesta di non fare il mio nome con la stampa, dovendo io prima parlarne con il Magistrato di Perugia. Gli faccio notare che la competenza del Magistrato c'è, e questo è molto importante dovendo rispettare la procedura. Infatti, da un lato la ragazza ha riconosciuto Pacciani, e dall'altro Luciano sa di frequentazioni tra un parente del medico perugino Francesco Narducci e un parente di Chiatti, anzi ci facciamo un conto e deduciamo che i due parenti, più o meno, sono vicini di età. 

La preoccupazione di Luciano torna alla ragazza, ne ha subite tante di minacce, oltre il fatto che sembra non le credano, o che vogliono farla passare per pazza. Per questo è seguita dallo psichiatra, di cui Luciano è amico. Ed è vero, perché Luciano davanti a noi prende il telefono, e fa il suo numero, si danno del tu, e sanno di cosa parlano. Luciano fa presente che io sono lì, conferma lui stesso che di me ci si può fidare, a me si può raccontare tutto, e che io mi impegnavo ad informare il Magistrato presso il quale sono testimone, a che la ragazza fosse messa nelle migliori condizioni di serenità: «Devi fare in modo di incontrare subito la signora Carlizzi, posso darle il tuo numero di telefono? Bene ora glielo dò, e te la passo, così vi accordate».  
Ci presentiamo, per risentirci il giorno dopo. Ormai è tardi, quando salutiamo Luciano sono passate le dieci di sera, ma ne valeva la pena, l'incontro è stato davvero importante.
Prendo contatto con la segreteria del Magistrato, il mio rispetto è tale che lo informo sempre di ogni cosa che so possa interessarlo, così come anche questa volta.
Telefono allo psichiatra, un'altra persona di grande umanità, mi conferma quanto già Luciano aveva detto, compresa la situazione di pericolo in cui versa la ragazza, cosa che anch'io sento vera e a mia volta confermo. Anzi mi offro, rientrando negli scopi associativi dell'Ente Morale che presiedo, di ospitare a Roma la ragazza, a salvaguardia della sua incolumità, rendendoci ambedue disponibili a risolvere il problema anche il giorno di Pasqua.
A questo punto qualcosa non va per il verso giusto.
La ragazza in un primo momento accetta, poi, parla con il suo avvocato, che la sconsiglia.
Ma c'è di più. Il giorno di Pasqua mi telefona Luciano, è inquieto, disturbato, è accaduto qualcosa.
«Mi ha chiamato il Vicequestore, e c'era anche un agente del Magistrato di cui tu mi hai parlato. Volevano sapere se ci eravamo incontrati, ma io ho negato..», lo interrompo: «Come hai negato? Ma che sei matto? Io ti ho detto di non riferire alla stampa, ma agli Inquirenti devi dire la verità, perché hai fatto questo?» E lui: «Perché mi sono stufato, ho deciso di non fare più nulla, anzi già da domani chiudo l'Associazione, di questa storia non posso più occuparmi…». Io: «Luciano, ma dimmi la verità, cos'è che ti ha turbato, sei stato nuovamente  minacciato? Non è possibile che da un giorno all'altro cambi idea. In più ho letto sui giornali che ti sei fatto intervistare, quindi temo che qualcuno ti abbia in qualche modo infastidito, ma tu lo devi dire…». Lui: «No, non mi ha minacciato nessuno, ma io ho deciso di chiudere tutto…non capisco perché mi chiedono quello che già sanno, perché devo essere io a dirlo… e allora capisci non mi fido…tanto verrà fuori chi l'ha fatto… questo accanimento, verrà fuori e pagherà, e comunque io affido tutto al Signore e se Lui vuole, ci arriveranno lo stesso….Ho fatto la veglia di Pasqua, ho chiesto al Signore di farmi capire se questa cosa si doveva fare o no, e ho avuto la risposta, perché il fatto che la ragazza non la facciano venire a Roma, vuol dire che non si deve fare….».

Luciano è davvero inquieto e non mi convince, ma capisco che non devo incalzarlo. E' lui ad aggiungere: «Io poi non so niente, che ne so di Pacciani, è la ragazza a saperlo, ora mi informo meglio e poi lo comunicherò al Vicequestore, ma io sono fuori da questa storia….perché non mi sono piaciute certe cose, chissà perché le chiedono a me,  …. Ti rendi conto che questa verità non si saprà mai, e allora, perché devo essere io….questa storia non mi è piaciuta» 
Finisco di parlare con Luciano e telefono a Riccardo, gli racconto tutto, gli chiedo se pensa che Luciano sia stato minacciato: «Su questo giuraci, ma devo andarci di persona, questa cosa non mi piace. Senti Gabriella, sai per caso come si chiama l'avvocato della ragazza, quello che non l'ha fatta venire?» Io: «Si, l'ho letto sul giornale tempo fa, si chiama…..». Riccardo: «Che? Ma sei sicura o stati scherzando?» Io non capisco, e chiedo perché reagisce così. «Ma tu lo sai chi è? E' lo stesso che difende Giorgio Giorni, quello accusato di avere massacrato la piccola Maria Geusa. Pensa che lui non voleva parlare, poi dopo un colloquio di un ora e mezza con questo avvocato, si è autoaccusato, e soprattutto ha precisato che era solo, capisci ora?».
E certo che capisco, tanto più che le mie indagini cominciarono proprio da Foligno, e molto si adoperò una mia cara amica di lì, ex dipendente di uno studio legale, e che diede un buon contributo al Magistrato, anche se tre anni fa certi collegamenti non apparivano interessanti come ora.
Chiedo a me stessa: «Se fossi un avvocato, e difendessi una povera ragazza sottoposta a violenze inaudite fin dalla tenera età, accetterei di difendere contemporaneamente colui che pochi giorni fa, ha confessato di avere martorizzato una bimba di appena due anni e sette mesi?».
Mi sono risposta: «Se dovessi controllare i miei due assistiti a che non tirino fuori complicità imbarazzanti, li difenderei ambedue. Ma se così non fosse, come potrei difendere la giovane vittima, e chi simbolicamente l'ha resa tale, anche se ne ha massacrata un'altra? Avrei orrore e schifo di me stessa, non vi pare?». Vogliamo dare a queste creature un segno di solidarietà della gente onesta e che non teme di testimoniare, né intende coprire nessuno, qualunque nome porti?
Grazie a quanti risponderanno al mio appello.

Gabriella Pasquali Carlizzi

 
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