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OGM: le incertezze della comunità scientifica
e le paure della società civile  
Dott.ssa  Luisa T.

La scoperta del DNA e l'avvento della biologia molecolare hanno consentito all'uomo la possibilità di modificare direttamente il codice genetico non più solo attraverso i processi naturali di selezione ed ibridazione. E' diventato possibile, attraverso le tecnologie dell'ingegneria genetica, prelevare da un organismo una sequenza di DNA che codifica per una determinata funzione (gene) e trasferirla ad un organismo diverso anche molto lontano dal punto di vista filogenetico.
Questo ha reso possibile lo sviluppo degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati). La creazione degli OGM è ormai una realtà consolidata; gli utilizzi di queste nuove biotecnologie hanno coinvolto inizialmente settori come la produzione di farmaci, (primi ad essere modificati geneticamente furono i batteri, fino a fargli produrre sostanze utili per l’uomo, come l’insulina umana), e la medicina in generale, per poi passare anche ad altri settori come l'agroalimentare e la tutela dell'ambiente. 
I prodotti agricoli transgenici esistono già da alcuni anni, coltivati soprattutto in Canada e negli USA. Nel 1990 i raccolti geneticamente modificati praticamente non esistevano; a distanza di soli 10 anni più di 40 milioni d’ettari sono coltivati con queste tecniche in tutto il mondo. L'incremento di queste coltivazioni è stato addirittura esponenziale negli ultimissimi anni (si è passati da 2,8 milioni d’ettari nel 1996 ai 53 milioni di ettari nel 2001), secondo le ultime statistiche pubblicate ISAA [1].

La produzione è concentrata in quattro Paesi: 68% in USA, 22% in Argentina, 6% in Canada e 3% in Cina per un totale pari al 99%; dedicata principalmente a quattro tipi di colture: 63% di soia, 19% di mais, 13% di cotone e il 5% di colza.
Negli USA circa il 60% della soia coltivata è transgenica; questo dato rende l'idea di quanto imponente e rapida sia stata la penetrazione di queste nuove varietà in agricoltura; inoltre, considerando che gli USA sono i maggiori esportatori al mondo di soia, si può affermare che il 5% circa della soia che circola nel mondo è transgenica. 
In Europa la situazione è abbastanza diversa: oltre alla prudenza manifestata dai governi dell'Unione Europea (che difendono il principio della "massima precauzione"), l'ostilità abbastanza diffusa da parte dei consumatori ha frenato la massiccia coltivazione e commercializzazione dei prodotti dell'agricoltura biotecnologica.

In Italia, la coltivazione in campo di OGM è proibita, se non a scopo sperimentale, e comunque, in aree confinate e opportunamente individuate tramite specifiche autorizzazioni. Le attenzioni poste dal nostro Paese al settore primario si estendono anche alle attività a valle: dalla trasformazione fino alla distribuzione.
Le varietà più sperimentate sono: soia, mais, colza, riso, cotone, pomodoro, cicoria, tabacco, barbabietola, patata, olivo, vite, kiwi, fragola, ciliegio, melone, crisantemi, girasoli.
Le principali modifiche riguardano: resistenza ad erbicidi (soprattutto al glifosato) ed insetti (specialmente alla piralide), maschiosterilità (i famosi semi Terminator della Monsanto), inibizione della marcescenza (in particolare nei pomodori). Il numero dei geni impiegati in queste modificazioni non è superiore alla decina.
In particolare, la resistenza ad erbicidi ed insetti è la modifica più sfruttata in campo agronomico; infatti, il 90 per cento circa delle piante transgeniche sono piante con queste caratteristiche. Secondo i produttori, però, queste sono state le piante biotecnologiche di prima generazione create allo scopo di aumentare la produttività; le piante di seconda generazione, che si stanno attualmente sperimentando e che entreranno in commercio tra alcuni anni, consentiranno un miglioramento qualitativo di alcune caratteristiche alimentari. Ad esempio la produzione di vegetali con un contenuto elevato di alcuni particolari nutrienti utili alla salute umana (come le vitamine o alcuni aminoacidi).

Incertezze sugli effetti
L’inserzione artificiale di un transgene, può interferire fisicamente con l’espressione dei geni adiacenti alla zona d’inserimento. Una volta inserito in una cellula, infatti, il gene è incorporato nel genoma in modo casuale (randomly spliced), ma sempre in regioni attive dove ne è possibile l’espressione. L’inserimento può impedire, deprimere o stimolare l’espressione dei geni associati alle regioni attive del DNA dell'ospite ed è quindi in grado di influire anche su caratteristiche legate con la comparsa di sostanze impreviste.
I motivi cui è legata la possibilità che negli organismi GM compaiano sostanze allergeniche o tossiche possono essere ricondotti ai seguenti aspetti principali:
Al fatto che tecniche attuali non permettono un’inserzione mirata dei geni estranei nel genoma ospite implicando la possibilità che la struttura (e quindi la funzionalità) di geni endogeni correlati al sito di inserzione venga disturbata. Questa possibilità è resa più concreta dalla necessità di inserire i geni estranei in zone del DNA molto attive per quanto riguarda l'espressione genetica.

Al fatto che i promotori, che sono sequenze di regolazione sempre associate al transgene strutturale, possono interferire con l’espressione genetica a vari livelli. Inoltre, all’insieme promotore-gene strutturale sono spesso associate altre sequenze regolatrici, dette enhancers, che stimolano notevolmente l’espressione del transgene ma che possono avere lo stesso effetto anche sull’attività dei geni nativi circostanti, addirittura riattivando quelli normalmente disattivati in un certo tessuto o gruppo di cellule differenziate. Per questo motivo non si può escludere, per esempio, che geni codificanti per proteine dannose espresse normalmente solo nelle parti non edibili di una pianta, possano risvegliarsi e determinare la sintesi di queste sostanze anche in tessuti edibili e normalmente innocui. Il complesso promotore-enhancer, quindi, può influire sui delicati meccanismi che concertano l’attività genetica influenzando la biochimica cellulare in modo imprevedibile. 
Nella maggior parte dei casi il gene inserito non appartiene alla stessa specie dell’organismo ospite. Non c’è modo di sapere come l’organismo reagirà alla presenza di una proteina estranea, né come questa influenzerà il metabolismo e la biochimica cellulare. Anche questo può generare effetti imprevisti.

L’effetto di un gene dipende dal contesto in cui si trova. In un ambiente nuovo è attualmente impossibile prevederlo. 
La maggior parte delle proteine estranee inserite in organismi edibili non hanno mai fatto parte dell'alimentazione umana. Quindi non è possibile prevedere se l’alimento è sicuro se non attraverso una valutazione estensiva del rischio alimentare. 
Anche se la tipologia dei geni utilizzati attualmente rende questa categoria di fenomeno di rischio meno probabile delle altre, non si può escludere la possibilità che nel DNA inserto possano finire, inavvertitamente, delle sequenze di regolazione in grado di provocare complicazioni impreviste. La presenza di una sequenza di DNA inserito con attività di regolazione impreviste e in grado di influire anche sull’attività di altri geni, può manifestarsi con effetti diversi tra i quali la produzione di sostanze pericolose. 
L’ingegneria genetica porta alla produzione di "proteine di fusione" che possono risultare allergeniche. Queste proteine si generano da legame di sequenze di DNA che provengono da diverse sorgenti; la regione in cui le proteine vengono unite tende ad assumere conformazioni molto diverse da quelle originarie e piuttosto differenti da quelle che si riscontrano nelle proteine naturali. Tali conformazioni anomale possono essere facilmente riconosciute come "epitopi" dal sistema immunitario e sono quindi in grado di indurre una risposta allergica alla proteina.

Anche tra le sostanze note prodotte da alcune linee transgeniche, ovviamente, ce ne sono alcune che possono risultare tossiche o allergeniche.
D’altra parte, se un certo numero di complicazioni biochimiche impreviste a carico del metabolismo di piante transgeniche è stato già riscontrato e documentato, a causa della politica industriale portata ad esagerare i vantaggi del biotech ed a oscurare tutto ciò che ne evidenzi i rischi, c’è il sospetto che molti dati possano non essere stati riportati. Un esempio che giustifica questa affermazione, è quello della scoperta di danni intestinali in topi nutriti con pomodori transgenici FlavrSavr. I risultati di questa ricerca, portata avanti dagli stessi scienziati della FDA e volta a valutare l'eventuale necessità di introdurre test più approfonditi per la valutazione del rischio legato alla commercializzazione degli OGM, avevano motivato la richiesta di ulteriori test per valutare i dati emersi dal primo studio: ma tale richiesta non ha avuto alcun seguito e gli esperti della FDA conclusero, quindi, che i dati presentati dalla compagnia non erano sufficienti a dimostrare la sicurezza dell’OGM e che diverse domande restavano aperte. Nonostante questo, la FDA non solo ha approvato il pomodoro ma ha addirittura dichiarato che, le questioni rilevanti ai fini della valutazione di sicurezza della linea transgenica scelta per questa verifica generale risultavano risolte in modo tanto soddisfacente da non rendere necessarie indagini più rigorose per nessuno dei successivi alimenti GM. La cosa venne fuori un anno dopo, quando, nel corso di una causa contro la FDA , uscì fuori un documento confidenziale che descriveva questa vicenda (vedi:
http://www.psrast.org/fdalawstmore.hatm ).

Altro caso del genere è quello relativo all’ormone ricombinante della crescita bovina, alla dichiarazione della sua equivalenza con la sua controparte tradizionale e alla successiva scoperta di differenze capaci di modificare le proprietà e gli effetti di questa proteina (Violand BN et al. Protein Science. 3:1089-97, 1994). 
Tra le pubblicazioni scientifiche che dimostrano la presenza di effetti imprevisti a carico delle piante GM, se ne possono ricordare alcune.
Per esempio: una linea di tabacco GM per produrre l’acido gamma-linoleico che ha inaspettatamente prodotto principalmente acido octadecatetranico tossico e non esistente nelle varietà naturali (Reddy SA, Thomas TL. Nature Biotechnology, vol 14, sid 639-642, May 1996); una linea di lievito GM per aumentare la fermentazione ha prodotto un metabolite imprevisto (il metyl-glyoxal) in quantità tossiche e mutagene (Inose, T. Murata, K. Int. J. Food Science Tech. 30: 141-146, 1995); una linea di soia GM con un gene proveniente dalla Noce Brasiliana che ha determinato reazioni allergiche in persone non sensibili alla soia tradizionale (Nordlee, J.A. et al. The New England Journal of Medicine 14: 688-728; 1996); una linea di patate GM con un gene proveniente dal Bacillus thuringiensis (gene CryI var. kurstaki, ceppo HD1) che ha provocato danni intestinali a topi ( Nagui H. Fares, Adel K. El-Sayed. Natural Toxins Volume 6, Issue 6, 1998. Pages: 219-233); il caso drammatico del triptofano prodotto da un ceppo batterico ingegnerizzato che è stato responsabile della morte di 35 persone e dell’invalidità di altre 1500 (Mayeno, AN et al Tibtech 12:364, 1994).

     Un’altra ipotesi di rischio per la salute umana è la possibilità che i geni per le resistenze agli antibiotici (inseriti come marcatori dell'avvenuto trasferimento di materiale genetico in un organismo geneticamente modificato) possano diffondersi rapidamente arrivando ai microrganismi presenti nell'ambiente esterno o all'interno degli organismi animali (ad esempio la flora intestinale). Il passaggio di materiale genetico da organismi superiori a microrganismi è un fatto reale e non ipotetico, in quanto già osservato, tanto che a lanciare questo allarme sono stati alcuni ricercatori e scienziati dell'istituto Pasteur. La trasmissione di resistenze agli antibiotici da alimenti ogm ai microrganismi che popolano l'ambiente, l'uomo e gli animali avrebbe conseguenze catastrofiche (soprattutto per i microrganismi patogeni) in quanto tutta la chemioterapia contro i batteri diventerebbe presto inefficace.

I rischi per la salute umana appena descritti rendono l'idea della posta in gioco; sarebbe di fondamentale importanza per lo meno poter scegliere, cioè poter discriminare gli alimenti di origine transgenica per permettere, almeno alla frazione della popolazione particolarmente suscettibile (bambini, individui con problemi di natura allergica, ecc.) di evitare rischi del tutto superflui. Risulta però molto problematico, allo stato attuale, ottenere filiere agroalimentari "ogm-free". Il sistema americano per il maneggio delle granaglie è stato disegnato per grandi quantità e non per operare differenziazioni. Secondo Kim Nill, della American Soya Association, ci sono 10 punti durante il percorso dalla fattoria alla nave durante il quale tipi differenti di semi di soia vengono deliberatamente mischiati per incrementare la loro qualità. In questo senso molto importante sarà l'applicazione della recentissima legislazione europea (Regolamenti UE 49/2000 e 50/2000) che impone l'etichettatura agli alimenti che contengono più dell'1 per cento di ogm per ogni singolo ingrediente (l'1 per cento è da considerarsi come contaminazione casuale, e non volontaria).
A questo proposito va sottolineato che le metodologie per analisi quantitative di questo tipo non permettono ancora una estrema precisione nel produrre risultati certi ed inequivocabili. Il metodo per rintracciare ogm negli alimenti è basato sulla tecnica della PCR (polimerase chain reaction), una tecnica di biologia molecolare che sequenziando il DNA è in grado di determinare la presenza di geni esogeni; con questa tecnica si può arrivare a identificare un contenuto percentuale inferiore allo 0,1 per cento, ma con una variabilità del 20-30 per cento. Tutto ciò comporta il fatto che due laboratori diversi possono arrivare a determinare sullo stesso campione due concentrazioni diverse (ad esempio 0,9 per cento e 1,1 per cento); ci si troverà quindi di fronte ad una serie di contenziosi per l'etichettatura che metteranno a confronto i laboratori privati che certificano per l'industria alimentare ed i laboratori pubblici che eseguono i controlli.

Questa legge riguarda comunque alimenti che contengano ancora DNA o proteine di origine transgenica (vengono esclusi quindi gli alimenti purificati come gli oli di soia). Per adesso, almeno in Italia, è vietato l'utilizzo di prodotti transgenici per gli alimenti destinati alla prima infanzia (D.P.R. 128/99).

Il rischio ambientale
Un altro aspetto che andrebbe anche considerato è la valutazione del rischio ambientale. Infatti la coltivazione su larga scala di questi organismi geneticamente modificati può comportare effetti dannosi, non solo alla salute degli uomini, ma anche alla stabilità e agli equilibri degli ecosistemi con effetti che indirettamente si possono ripercuotere anche sull'uomo.
Tra questi rischi il principale è quello relativo all'inquinamento genetico: i pollini di questi ibridi ogm possono diffondere nell'ambiente anche per alcuni kilometri dalla coltura di partenza ed andare ad incrociarsi con varietà naturali comportando la diffusione incontrollata dei geni artificialmente immessi nell'ogm; a questo proposito va registrata l'assoluta inidoneità della legge che regola l'immissione deliberata di ogm nell'ambiente, la quale impone un limite di soli 200 metri tra le colture convenzionali e quelle transgeniche.
Inoltre, considerando che spesso queste piante ogm possiedono caratteri che le rendono avvantaggiate rispetto alle varietà naturali, è facile immaginare che possano prendere il sopravvento sulla flora naturale con notevoli ripercussioni negative sulla biodiversità.

Un altro problema ambientale correlato con gli ogm, anche se in maniera più indiretta, riguarda il fatto che molte delle modificazioni genetiche inserite riguardano l'assunzione di resistenza ad alcuni pesticidi: in sostanza rendendo la pianta coltivata (ma non le altre) resistente ad un determinato pesticida (soprattutto erbicidi a base di glifosato, sulla cui presunta innocuità si stanno ponendo forti dubbi), l'agricoltore si sentirà incentivato ad utilizzare grandi quantità di pesticidi con un notevole aumento dell'inquinamento di natura chimica e dell'esposizione degli agricoltori a queste sostanze (che si sono dimostrate più pericolose di quanto non si presumeva inizialmente).
Inoltre, potendo trattare le coltivazioni con l'erbicida in tutte le fasi vitali della pianta (e non solo prima della germinazione) i residui di queste sostanze tossiche sulle parti eduli aumenteranno sicuramente a discapito della salute dei consumatori.

Concludendo va rilevato che il mais biotecnologico, producendo in continuo la tossina che normalmente viene prodotta solo in alcuni momenti del ciclo della pianta, porterà probabilmente alla diffusione rapida della resistenza alla tossina da parte degli insetti, invalidando un ottimo insetticida naturale usato in agricoltura biologica.
Infine un recente studio riporta la rintracciabilità di questa tossina nel terreno (di campi coltivati con mais biotecnologico) per lunghi periodi ed in elevata quantità con conseguenze sconosciute.
Dall'esame della letteratura scientifica sull'utilizzo delle biotecnologie nel settore agroalimentare si evince che esistono due fronti di pensiero in contrasto tra di loro: coloro che ipotizzano alcuni rischi per la salute umana e per l'ambiente ed altri che, invece, minimizzano questi rischi o non li accettano per niente.
Questa divisione è ormai diventata anche politica e culturale, tanto che si possono identificare le due scuole di pensiero: l'europea (massima precauzione, prima si deve confermare l'innocuità poi si può commercializzare) e l'americana (prima si deve provare la pericolosità, poi si può ritirare dal commercio).
Negli ultimi mesi sono comparsi alcuni studi che criticano l'atteggiamento di precauzione manifestato soprattutto dai consumatori europei.

Alcuni di questi riguardano la potenziale pericolosità della tossina prodotta dal mais biotecnologico che si autoprotegge così dalla piralide; si ritiene, infatti, che è sicuramente più dannoso per la salute umana e per l'ambiente l'utilizzo di pesticidi organofosforici usati per combattere gli insetti che la tossina naturale biotecnologica. Secondo una ricerca della Iowa State University, inoltre, grazie al mais biotecnologico l'uso di pesticidi è diminuito del 15 per cento - 25 per cento, quindi un'ottima ricaduta per l'ambiente. 
Inoltre, il mais biotecnologico ha mostrato come effetto secondario di diminuire l'attacco e la contaminazione da parte dei funghi che producono le pericolosissime aflatossine; quindi meno aflatossine meno trattamenti con fungicidi pericolosi per l'uomo e per l'ambiente.

 
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