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Ricchi
più ricchi, poveri più poveri
di Eugenio Benetazzo – 15 giugno
2007
Tratto dal libro “BEST BEFORE: preparati al
peggio” edito da Macro
Edizioni
La
globalizzazione deve essere considerata come una conseguenza del
turbocapitalismo. Con questo termine si individua una miscela esplosiva
fatta da capitali presi a prestito a bassi tassi di interesse ed un mare
di strumenti finanziari derivati presenti sul mercato.
Questa miscela funziona proprio come il protossido di azoto nelle
automobili da corsa: una volta iniettato nel motore, fa raggiungere
performance strepitose. Tuttavia
il protossido d’azoto può anche causare l’esplosione del motore se
usato in maniera irresponsabile o soprattutto per un tempo eccessivo
alla tolleranza meccanica e termica del motore.
Immaginate
pertanto la globalizzazione come il raggiungimento di elevata velocità
per un motore (sistema capitalistico) in cui viene iniettato il
protossido d’azoto (capitali di debito a tassi bassi e strumenti di
copertura finanziari).
Il motore può girare con performance da capogiro per qualche decina di
minuti, dopo deve essere completamento smontato e rettificato. Se
l’alimentazione a protossido d’azoto si protrae per oltre i dieci
minuti, potete tranquillamente aspettarvi l’esplosione della testata
dei cilindri.
Quindi
per analogia come il protossido d’azoto crea conseguenze al motore di
un’auto sportiva, allo stesso modo la globalizzazione crea conseguenze
al sistema economico, conseguenze che in alcuni casi possono
assomigliare all’esplosione della testata dei cilindri.
Nel nostro caso, le conseguenze colpiscono tre sfere tra loro
differenti: quella economica, finanziaria e sociale. Vediamo per
iniziare quelle economiche.
La globalizzazione rappresenta uno stadio terminale in quanto sta
portando il sistema economico odierno al collasso industriale e
finanziario. Questa affermazione può sembrare molto forte da udire, ma
lasciatemi fornire le dovute spiegazioni ed alla fine converrete con me
sul raggiungimento di questa conclusione.
La
globalizzazione a dispetto del capitalismo classico è fautrice di
enormi sperequazioni sulla ricchezza prodotta, vale a dire che quest’ultima
non viene suddivisa e distribuita in maniera proporzionata a chi ha
contribuito a crearla.
Attenzione: non che il capitalismo classico sia indenne da critiche,
ma rimane tutt’oggi il sistema economico in grado di creare la
maggiore diffusione di benessere e prosperità a fronte di limitati
episodi di sfruttamento. Si deve al sistema capitalistico classico la
nascita della media borghesia: la classe sociale che rappresenta la
componente sociale trainante per la crescita di ogni nazione.
La
globalizzazione, invece, accentua profondamente questa sproporzione e
disomogeneità, arrivando a creare solo due classi sociali: i molto
ricchi (una minoranza) ed i molto poveri (la maggioranza), sopprimendo
lentamente, per le conseguenze economiche e sociali che derivano,
proprio la classe media borghese.
Con la globalizzazione, i grandi stabilimenti ed i posti di lavoro
vengono trasferiti in aree del globo terrestre in cui la manodopera è
particolarmente più a buon mercato.
Successivamente l’output produttivo (beni, prodotti, merci) di
questi stabilimenti industriali delocalizzati viene importato proprio
nel stesso paese in cui gli stabilimenti industriali sono stati chiusi e
trasferiti.
Questo
processo non crea ricchezza: quanto piuttosto sperequazione. Infatti non
si arricchisce nessuno, se non le multinazionali ed i gruppi industriali
artefici di queste ristrutturazioni aziendali.
Nel paese di origine, migliaia di lavoratori vengono privati del loro
posto di lavoro iniziale, e nel paese in cui la produzione è stata
trasferita, migliaia di nuovi lavoratori vengono sfruttati a fronte di
un salario ridicolo.
Entrambi questi paesi sono uno legato all’altro, entrambi questi paesi
sono destinati a collassare. Il
primo, quello originario, a causa di una progressiva perdita di capacità
di consumo dovuta ad una sensibile contrazione del tenore reddituale
(che diventa saltuario o a singhiozzo).
Il secondo paese, quello sfruttato per la manodopera locale,
percepisce un iniziale lieve miglioramento grazie ai posti di lavoro
trasferiti, ma rimane il fatto evidente che la sua popolazione non ha la
capacità di spesa del primo. Questo
determina un vero e proprio effetto stile protossido d’azoto, in
quanto le grandi aziende che hanno delocalizzato aumentano semestre dopo
semestre i loro profitti (in quanto vengono abbattuti i costi di
manodopera).
I
ricavi di vendita, tuttavia, trovano manifestazione economica ancora e
solo nel paese originario, in quanto il mercato interno del paese in cui
si è delocalizzato non è in grado di assorbire merci o prodotti per
mancanza di una classe sociale sufficientemente abbiente.
Nel frattempo, e questo è un fenomeno molto lento e progressivo, il
paese originario vede ridursi proprio la sua capacità di consumo
interno, in quanto fenomeni sociali come il lavoro precario o
l’impiego a singhiozzo (che hanno sostituito i posti di lavoro
delocalizzati) iniziano a compromettere il tenore reddituale medio della
classe media borghese.
Inizialmente pur di continuare a consumare come prima, si inizia ad
indebitarsi per sopravvivere (e non per fare investimenti). In seguito
quando il sistema diventa saturo e quei pochi stipendi rimasti sono già
spesi ancora prima che siano accreditati, allora inizia il conto alla
rovescia: il default dell’intero paese.
Se
ci pensate tutto questo sta accadendo anche all’Italia, la quale nel
momento in cui scrivo si sta gongolando per un PIL al 2 % (dopo quattro
anni di stasi ed una media europea del 2,5 %).
C’è una spiegazione a questo dato: il ricorso al debito attraverso
finanziarie e società di microcredito ha contribuito ad aumentare il
valore dei servizi erogati dal Sistema Italia. Pensate che, solo negli
ultimi due anni, il PIL è stato sostenuto dall’erogazione di mutui
ipotecari con un peso di quasi il 20 % !
Il punto chiave quindi per comprendere il pericolo della
globalizzazione, è proprio
il processo di depauperazione di uno stato a vantaggio di un ristretto
gruppo di lobbies industriali e bancarie volto alla massimizzazione dei
profitti. L’essenza è
tutta qui.
Non
si è arricchito nessuno, né il paese che ha subito la chiusura degli
stabilimenti e né il paese che li ha visti aprire: ci ha spudoratamente
guadagnato solo chi ha spostato la produzione e importato i prodotti con
un margine di guadagno in certi casi anche triplicato.
Ecco spiegato perché le borse salgono: vedono fior di aziende fare
grandi utili e pertanto in futuro si aspettano un flusso di dividendi
sempre maggiori. Purtroppo si sbagliano.
Questo livello di utili elevati non è destinato a durare molto, in virtù
del progressivo indebitamento ed incapacità di consumo che la
globalizzazione indirettamente causa sui mercati in cui si intende
riversare le merci ed i beni prodotti con un artificioso ed ingannevole
espediente produttivo.
Non
può durare a lungo proprio perché i paesi poveri producono per la
richiesta di quelli ricchi che lentamente perdono il loro stato di
benessere borghese in virtù della perdita dei siti di produzione al
loro interno.
Eugenio Benetazzo
www.eugeniobenetazzo.com/tour.html
www.youtube.com/eugeniobenetazzo
Tratto dal libro “BEST BEFORE: preparati al
peggio” edito da Macro
Edizioni