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Le peregrinazioni di San Toro
di Carlo Bertani - 15 ottobre 2008

Sinceramente, non pensavo che si potesse giungere così in basso: mi riferisco alla puntata di “Anno zero” del 10 Ottobre del 2008, Venerdì scorso. Ne parliamo non tanto per lanciare strali contro l’informazione di sistema – ce ne mancherebbe, lo sappiamo da tempo – ma per analizzare meglio i rapporti fra il media in declino, la TV, e quello in ascesa, il Web.
Ricordiamo, a margine, che la raccolta pubblicitaria nel 2007 ha subito un’inversione di tendenza[1], ossia è diminuita sui media tradizionali (TV, giornali, ecc) ed è aumentata – ancora a livelli bassi, per l’esiguo costo della pubblicità sul Web, che fa “poco PIL” – per Internet. Questa nota, per capire che qualcosa “eppur si muove”, anche se si tende notoriamente a negarlo.
Perché è aumentata?

Da un lato – saremmo stolti a non riconoscerlo – per gli iperbolici costi della pubblicità tradizionale, a fronte dei risultati, ma non possiamo nascondere che, se Internet viene (modestamente, in valori assoluti) premiato per la raccolta pubblicitaria, è perché il mondo del Web comincia a proporre una modalità di circolazione dell’informazione – e dunque della cultura, del consenso e del dissenso, ecc – che inizia a far breccia.

Questa situazione è per lo più indotta da una enorme mole di lavoro volontario che tanti scrittori dedicano al Web – privilegiando, spesso, la circolazione dell’informazione gratuita ai contratti editoriali – perché, in fin dei conti, reputano questa loro attività quasi come un dovere sociale.
Non neghiamo che gli scrittori del Web (siti o blog, poco importa) non ne ricevano delle ricadute individuali, ma riflettiamo che – senza il loro apporto – il Web italiano si ridurrebbe a delle semplici traduzioni da siti esteri – che sono certamente importanti – le quali, però, finiscono per fornire un’informazione poco adatta ad essere interiorizzata (non “compresa”, attenzione!) da un pubblico latino.
Conosciamo anche le ragioni della grande espansione dell’informazione di radice anglosassone: una delle più estese pratiche per evitare gli incrementi di tassazione – in quei paesi – è la donazione alle fondazioni. In altre parole, chi supera certi livelli di reddito, può decidere di devolvere una parte dei suoi guadagni ad una fondazione – dove lavorano, ben protetti – scrittori e giornalisti.

Domandiamoci, date le premesse: possiamo attenderci da queste persone indipendenza di giudizio ed una limpida etica professionale? In alcuni casi sì, in altri…in ogni modo, ciò comporta l’inevitabile innalzamento delle capacità critiche del lettore, perché quelle analisi giungono da un mondo assai diverso dal nostro. E, i traduttori, sono anch’essi in gran parte dei volontari che compiono un lavoro encomiabile.
L’informazione di sistema, invece, propone “pacchetti” informativi già preformati (i cosiddetti “format”, appunto) nei quali la certezza dei dati e la correttezza delle analisi viene fornita dai titoli di chi è invitato a partecipare alle “kermesse” televisive.
Anche qui, però, possiamo rilevare un vulnus: quanti di questi “esperti” affidano parte delle loro fortune in campo accademico al successo che ricavano da queste “partecipazioni”? Ed è ovvio che non desiderino essere intralciati da concorrenti, ancor più se non santificati dal crisma dell’informazione di sistema.

La vicenda di questa puntata di “Anno zero” assume maggiore importanza per l’argomento trattato – la crisi finanziaria internazionale – la quale rischia seriamente d’incidere, in futuro, non su marginali spostamenti di reddito, bensì di far precipitare sulle nostre spalle (ossia sull’economia reale, sui redditi, sul lavoro, sul welfare…) i frutti delle alchimie finanziarie di un sistema marcio fino al midollo.
Era quindi importante – a nostro avviso – fornire la più ampia informazione sull’argomento – a “vasto spettro” – poiché è oramai chiaro a tutti che le istituzioni internazionali preposte stanno balbettando sull’argomento, ed anche i tanto conclamati “piani di salvataggio” non sembrano cancellare il dubbio che stiamo utilizzando strumenti spuntati per una crisi che va oltre le emergenze dei listini di Borsa.

Se la politica annaspa, e l’informazione fatica a reggere oramai il confronto con il Web, non mi stupì la comunicazione – che ricevetti dalla mailing listi di Arianna Editrice – che Eugenio Benetazzo sarebbe stato fra gli ospiti della puntata.
Finalmente, mi dissi! Vuoi vedere che, a fronte oramai della loro conclamata incapacità a spiegare agli italiani cosa sta succedendo, invitano uno che è in grado di farlo?
Potevano essere Benetazzo o Saba, oppure Della Luna o altri ancora: poco importa – mi dissi – perché la cosa importante è che parli qualcuno che – finalmente! – adoperi un nuovo linguaggio, che dipinga un quadro partendo da presupposti radicalmente diversi.
Ovviamente – come gli utenti del Web ben sanno – non avevo certo bisogno d’ascoltare Eugenio ad “Anno zero”, poiché basta cercarlo su Youtube per trovare tutto ciò che si desidera. L’importante, per me, era lo “sdoganamento” di Benetazzo, il riconoscere (almeno!) che esistono altre forme e nuovi modi per spiegare alla gente come sia possibile che, a forza di “creatività” in economia, si giunga a creare un apocalisse.
Sicché, inforcai gli occhiali e mi sedetti di fronte al video, che frequento oramai di rado.

Il primo stupore (la trasmissione era già iniziata) fu constatare che il “parterre” era occupato dai soliti “analisti” dell’informazione ufficiale: ogni tanto un collegamento esterno con altrettanti “esperti”. Dov’era Eugenio?
Passano i minuti, le interruzioni pubblicitarie, e tutto tace.
Finalmente, verso il termine della trasmissione – introdotto dalla “new entry” Margherita Granbassi – viene presentato un “analista e saggista” che “opera su Internet e fa conferenze”: poco è mancato che lo definissero un povero orfanello. Io non l’ho udito, ma non mi è parso che sia stato nemmeno presentato con il suo nome, né esso è comparso in sovrimpressione.
Date le premesse, a questo punto Benetazzo doveva spiegare il “mondo” in circa un minuto: ci ha provato, poveraccio, ma era impossibile farlo in così breve tempo. Il commento di Santoro – caustico e di sufficienza – è stato: “Ci ha fatto il riassunto della trasmissione”.

Vogliamo sottolineare che stessa sorte era precedentemente toccata ad una giovane economista (o studentessa d’economia) islamica, la quale avrebbe dovuto spiegare i fondamenti della finanza islamica. La ragazza – niente veli, buona pronuncia italiana, evidente competenza sull’argomento, ecc – ha tentato di farlo ma, a quel punto, sono intervenuti più volte i soliti tromboni del parterre per dire qui, ricordare là…ma, era chiedere troppo lasciare che spiegasse? Dopo, ciascuno avrebbe potuto fare i rilievi ed i commenti che desiderava.
Cercando d’andare un po’ più a fondo nella questione, potremo suddividere le nostre impressioni in due estese categorie: chi ha da tempo messo una pietra sopra all’informazione di sistema – e ritiene che la cosa non lo riguardi più – e chi la segue, anche saltuariamente.

Nel primo caso, ci troveremo di fronte a persone che, per lo più, si affidano al Web ed utilizzano perciò un media di tipo bi-direzionale, senz’altro più flessibile, ampio ed esaustivo della TV. Queste persone giudicheranno irrilevante ciò che è accaduto, ma sottovalutano che – se loro riescono a “nutrirsi” con fonti più esaurienti – per tanti così non è. Gli altri, siccome ogni media dovrebbe fornire il più ampio spettro d’informazione, vengono semplicemente scippati di un loro diritto, quello d’essere informati con una vasta gamma d’espressioni.
Ovviamente, il frutto di questa pratica saranno opinioni create avendo a disposizione poco materiale e, spesso, inquinato da pareri spacciati per dogmi: vorrei sapere, a fronte della copiosa informazione che c’è sul Web, quanti sanno che la moneta non ha più relazione con l’oro. Se potessimo fare una rilevazione, sarebbe sicuramente una sorpresa: per questa ragione il problema tocca anche quelli che dell’informazione di sistema fanno a meno. Quando si va “alla conta” – oppure per la semplice formazione d’opinioni – lo scenario è completamente falsato.

Il pericolo è grave soprattutto per i “format” che si definiscono “alternativi” di “opposizione” di “libera informazione” e via discorrendo: non si può certo applicare il paragone ai teatrini di Bruno Vespa, laddove il “format” – spiccatamente nazional-popolare – è costruito apposta per accalappiare coloro i quali credono nei miracoli di San Silvio e di San Romano, ma anche per escludere a priori tutti gli altri.
Ho voluto fare una prova su me stesso, per verificare la mia “tenuta” a “Porta a porta”: i risultati sono stati deludenti, 7 minuti una sera, ben 11 un’altra (c’era però una tizia con un bel paio di cosce al vento, il che falsa la rilevazione), mentre non riesco a sopportare la vista di Mannheimer, come per le scene troppo violente di sangue ed orrore. Dovrebbero vietarlo ai minori.
Tutto sommato, speravo di riuscire a far di meglio: fidavo sulla mia antica predisposizione per l’immersione in apnea, ma con “Porta a porta” nemmeno il grande Maiorca ce la potrebbe fare.

Invece, il “format” modello Santoro è più pericoloso, perché accattiva con una sorta di presentazione “in jeans”, mentre – gratta gratta – salta fuori la medesima impostazione. Cambierà il colore delle sedie, la simpatia dei giornalisti (ed anche la bravura, pensiamo a Jacona) ma se non ci lasciano ascoltare cos’è la finanza islamica o perché Benetazzo aveva previsto con largo anticipo quel che sta accadendo, di tutto quel carrozzone non sappiamo che farcene.
Viene allora da chiedersi quale sia il gioco di Santoro.
Il “personaggio” Santoro fa parte di un sistema politico incentrato su un unico assioma “Berlusconi sì, Berlusconi no”. Non ce la sentiamo nemmeno di concedere un “Berlusconi forse”: insomma, il solito giochetto del berlusconismo/anti-berlusconismo. Fu premiato – a fronte di uno squallido intervento di censura da parte di Berlusconi, una sorta di diktat in pieno stile staliniano, quando fu estromesso dalla RAI – con un posto da parlamentare europeo, non dimentichiamolo. Si tratta quindi, pur riconoscendo le sue ottime qualità professionali, di un giornalista organico al sistema.

Vorrei ricordare che fui fra i primi a denunciare questo limite nella partecipazione di bravi giornalisti – Travaglio ne è un esempio, nessuno lo mette in dubbio – ai programmi televisivi. Hanno forse il pregio di farli conoscere al grande pubblico ma, se questa “presentazione” avviene con tanti crismi, c’è da insospettirsi.
Lo denunciai ad una delle prime puntate di “Anno zero”: come si può ridurre la vicenda afgana con una semplice “Letterina al mullah Omar”?
Comprendiamo che la satira possa aprire qualche breccia, che la parola tagliente ma calata con garbo possa valicare le inevitabili censure del video ma, in fin dei conti, qual è il discrimine?
Che si riesca, mediante la satira od altro, a non concedere nessuna ritrattazione, anche marginale, rispetto alle argomentazioni che si desiderano esporre. Possono oggi, gli italiani, sentirsi soddisfatti di simili spiegazioni?
Perché – liberi o prigionieri siano il mullah Omar o Ayman al Zavahiri, morto o vivo Saddam, altrettanto Osama bin Laden – la “guerra infinita” in Oriente continua a mietere vittime ed a non mostrare nessuna soluzione?

Sarà, forse, perché le motivazioni di quella guerra sono di natura geopolitica, e coinvolgono dunque le strategie delle grandi potenze e poco o nulla quelle di questi minuscoli attori?
E se, a fronte di questa constatazione – della quale tutti dovrebbero riconoscere l’evidenza – si usa la satira non per mostrare le vere ragioni di quelle guerre, bensì si opera una “reductio ad minimum” – trattando questi scenari come se fossero l’avanspettacolo del “Bagaglino”, che finisce per fuorviare completamente la natura stessa del messaggio – si compie il proprio dovere d’informare?
Qualcuno ribatte: le capacità di comprensione e d’elaborazione del vasto pubblico non giungono a queste “vette”. Premesso che non ci credo, possiamo rispondere: continuiamo, allora, a raccontare favole e metafore?

Ancora ricordo la “fulgida” spiegazione di un giornalista italiano per la guerra in Iraq del 1991: l’Iraq aveva scippato il Kuwait come uno zingarello ruba una mela da un banco del mercato. Non è forse giusto farsela restituire?
Osserviamo, oggi, il credere a queste veloci “semplificazioni” dove ci ha condotti: la metafora è utile, ma – suvvia – chi scrive dovrebbe conoscerne i limiti. Ovviamente, chi scrive con onestà intellettuale.
Il “format” televisivo, quindi, ha una duplice funzione: carpire dal Web un mare d’informazione a costo zero (lo fanno, lo fanno…) per poi riappropriarsi del primato “massacrando” in diretta gli antagonisti. Chi ricorda la trasmissione (se ben ricordo, Matrix) nella quale furono invitati Blondet e Chiesa per parlare dei “misteri” dell’11 Settembre, rammenterà bene quale fu il “canovaccio” della serata.

Mentre sul Web il dibattito andava avanti oramai da mesi – e, qui, ci sarebbe da approfondire anche la diversa scansione temporale dei due media – i due “malcapitati” furono precipitati in uno studio televisivo come due gladiatori al Colosseo.
Bastarono due “scartini” della politica italiana per rendere all’ascoltatore un semplice messaggio: osservate quanto siamo democratici…invitiamo anche questi due sognatori irresponsabili e li ascoltiamo, siamo noi stessi a proporveli! Come siamo magnanimi! E li facciamo a pezzi senza che nemmeno ve ne rendiate conto.
Identica sorte sarebbe capitata al sottoscritto, se avesse accettato di partecipare in diretta ad una trasmissione del canale satellitare RAI sul traffico d’organi: essendo stato il primo scrittore italiano che ha trattato l’argomento in un libro, giunsero a me con una semplice ricerca su Google.
A quel punto, in studio, era pronto lo Stato Maggiore della Sanità italiana per farmi a pezzi! Accettai soltanto di fare un breve intervento in audio, poi li lasciai ai loro soliloqui.
Non conta quanto tu sia bravo, corretto nella verifica delle fonti, attento alle “bufale”: per l’informazione di sistema, esiste il solo parametro della fedeltà al sistema stesso.

Perciò…lasciate ogni speranza voi ch’entrate…verrebbe da dire perché, a fronte di qualche rara buona pagina di giornalismo, il resto è soltanto un teatrino che entra nelle nostre case per sostenere il sistema.
Fatto più grave, quando si è nel bel mezzo di una crisi finanziaria che mette in discussione le stesse basi dell’economia – di questa economia, dell’unica che ci presentano come scienza economia esistente – ridurla ad un mero teatrino del déjà vu, triturando citazioni e sentenze per riempire il tempo, senza concedere ad altri la possibilità di spiegare e d’esplorare nuovi scenari.
Di certo – cambiano i tempi e le modalità espressive – la RAI pare aver trovato, per il futuro, un buon rimpiazzo per Bruno Vespa: come sono lontani i tempi di Samarcanda, quando la gente poteva ancora parlare in televisione!

Con buona pace di chi ancora prega San Toro.

Carlo Bertani articoli@carlobertani.it  www.carlobertani.it  http://carlobertani.blogspot.com/


[1] Dati Nielsen comunicati dall’ANSA il 28 aprile 2007.

 
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